mercoledì 5 dicembre 2012

Paris is always a good idea.

Domenica sera io e la mia classe abbiamo abbandonato la meravigliosa Parigi, e ora eccomi qui alla scrivania, con una luce di un giallo malato al fianco e un maglione rubato a mamma addosso.
La scambio è stato davvero un'esperienza unica; abbiamo visto cose, conosciuto persone, camminato un mondo (qualcosa come 8 ore al giorno). A parte la fatica... sì, ne è valsa decisamente la pena! La settimana prima della partenza (domenica 25), poi, era stata un massacro; ci avevano riempito di verifiche e interrogazioni, perché "ora partite, perderemo un sacco di ore". Ma fanculo, dai. 
Quindi ecco, siamo partiti distrutti psicologicamente e tornati devastati fisicamente - combo! - per la felicità dei nostri amati professori, che ora andranno avanti a passo di gigante per recuperare tutti gli argomenti messi da parte.
Anyway. Lo ripeterò due milioni di volte: Parigi è stupenda. Sto prendendo seriamente in considerazione l'idea di andarci a studiare, all'università; sarebbe da sogno. Storia e arte maestosamente riunite in un'unica città, ecco cos'è. E poi, l'atmosfera! E gli ampi viali alberati, i giardini, la Senna, i tavolini dei bar all'aperto, le creperies, i ponti colmi di lucchetti di innamorati, i battelli, i musei, la Tour Eiffel illuminata. E la notte, la notte, che bellezza! I nostri corrispondenti, la domenica che siamo arrivati, ci hanno portati in giro per la città, e siamo rimasti fuori fino a quando ha fatto buio. Dovevate vedere che luci, signori, che luci. E gli artisti di strada, le bancarelle di libri, gli alberi spogli, la musica di qualche violino giù in metropolitana.
Il programma della settimana è stato davvero intenso; non ci fermavamo un attimo (figurarsi col prof di matematica, che fa quattro metri con un passo e ci faceva correre per stargli dietro). Siamo stati al museo d'Orsay, del Louvre, di Cluny; agli Champs Elysées, sulla cima della Tour Eiffel, nel quartier Latin, a Boulevard San Michel, nelle viette di Montmatre, al Sacro Cuore, dentro Notre Dame, la Sainte Chapelle, ai giardini di Luxemburg, la Cité des Sciences, giardini de la Villette, Galeries La Fayette (con la mia corrispondente, che mi ci ha gentilmente portato), Place la Concorde, Versaille, Palais Royal e un mucchio di altri posti splendidi.
Insomma, immaginatevi un branco di adolescenti italiani scapestrati in giro per un'antica città di pietra attraversata da un fiume, aggiungeteci un bel po' di freddo, sciarpe cappelli giacconi stivali, un professore-saetta, una professoressa di francese molto magra e con la testa per aria e gli occhi luminosi come una bambina; metteteci pure ginocchia doloranti, un cellulare rubato, delle crepes alla nutella, una Tour Eiffel in miniatura di cioccolato, un branco di adolescenti francesi altrettanto scapestrati, un mento sfasciato sulla pista di pattinaggio, molti baci e molti intrighi e molti amori e gossip (insomma, ci siamo capiti) che, ovviamente, come al solito, non riguardano la sottoscritta  una megafesta il sabato sera che comprende alcol, fumo, ragazzi gnocchi e balli scatenati (mi sono divertita da matti); avete pensato alle lacrime? Ecco, in questo impasto incasinato versatene due bei bicchieroni, che di lacrimoni per l'amore lo stress la stanchezza ne ho visti e asciugati parecchi; ricordatevi anche una cugina araba della sottoscritta, raggiunta ai mercatini di Natale e presa a braccetto e riempita di chiacchiere, un discorso finale di ringraziamento scritto e ripetuto in francese da me medesima e un'altra ragazza (mi sono meritata un +, facca iea). E, ah!, un aereo quasi perso al ritorno a causa di un incidente che ha bloccato l'autostrada, un check-in riaperto all'ultimo minuto apposta per noi, il rischio di rimanere la notte in aeroporto, l'irritazione profonda del professore di matematica, una professoressa di francese accanto a me durante tutto il viaggio che mi parlava di amour courtois e Roman de la Rose, un atterraggio maldestro e una pizza da spizzico con G. alle 22.30 per il gran finale. E, ovviamente, il giorno dopo tutti a scuola.
La famiglia da cui ero? Un padre inglese musicista (mi ha regalato due suoi cd), una madre cicciottella metà russa metà francese professoressa di matematica all'università, una corrispondente stracarina sempre a tirar su drum con cui ho parlato ore e ore in camera sua, una sorella della suddetta corrispondente un po' acida (ma anche simpatica) tornata da poco dalla Norvegia, un gatto grosso e coccolone con le zampine bianche e un fratello di 24 anni partito per il Perù a studiare, un piatto di insalata verde con solo aceto alla fine di ogni pasto, una casa vecchia e scricchiolante, un bagno tutto rosa, tanti libri dappertutto, un letto matrimoniale caldo e comodo, un anello dimenticato. 
Sì, ecco, devo dire che sono soddisfatta!

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