Ultime letture: La donna che sbatteva nelle porte (Roddy Doyle), Replay: una vita senza fine (Ken Grimwood), Orgoglio e Pregiudizio (Jane Austen), Cavie (Chuck Palahniuk).
Letture in corso: La bottega dell'antiquario (Charles Dickens), Uno, nessuno e centomila (Luigi Pirandello).
Prossime letture: Ulisse e Gente di Dublino (entrambi di James Joyce), Anna Karenina (Lev Tolstoj), Ragione e Sentimento (Jane Austen), Jane Eyre (Charlotte Bronte), Storia di un corpo (Daniel Pennac).
Sì, mi sto dando ai classici (a parte qualche eccezione)! Ma sono solo agli inizi. Avevo letto da qualche parte che, prima di dedicarsi alla roba recente, ecco, bisognerebbe leggersi tutti i grandi libri che hanno fatto la storia. In questo modo, avendo conosciuto le meraviglie del passato, sapremmo ridere delle operette del presente (okay, non diceva proprio così, ma il succo è questo). Secondo me, poi, però, non tutto ciò che è considerato un capolavoro merita davvero; stessa cosa per certi libri moderni che nessuno si caga, ma che, se fossero scoperti, sarebbero (si spera) apprezzati come si deve. Soprattutto: se la gente avesse voglia di scoprirli! Altro che 50 sfumature di ocra verde rosa, o che diavolo ne so.
Comunque, comunque. Ci sono davvero tantissime cose che non ho detto! Prima di tutto, che mi sto mettendo sotto con lo studio più del solito; questa è sicuramente una delle cause per cui non riesco a postare quanto vorrei. Sono soddisfatta di com'è andato il primo quadrimestre, e soddisfatti lo sono anche i professori (qualche giorno fa ci sono stati i colloqui). Quindi bene, sono felice che le millemila ore che passo sui libri diano i loro frutti. Questa cosa dei crediti del secondo quadrimestre, però, mi sta mettendo un po' di caga; io che sono sempre così easy non posso accettare che qualcosa disturbi il mio relativo equilibrio interiore - soprattutto, non la scuola! -. Allora ho deciso che non mi farò prendere dal panico. Andrà sicuramente tutto secondo i piani, riuscirò ad avere una media dignitosa e prendermi i crediti che mi spettano, punto.
Secondo, la pallavolo: anche lì, mi impegno al massimo. Essendo una perfezionista di 'sta minchia, lo riconosco, molto spesso (ehm, sempre?) non mi va a genio come mi vengono le cose. In questi ultimi, quanti?, sei mesi, sì, ci sono stati dei periodi davvero no. Certe volte ho vissuto la cosa di merda, proprio. Certe volte ho quasi (ma quasi, eh) pensato di mollare. Poi, però, ho stretto i denti, e ora sono ancora qui. Per fortuna che sono rimasta; come avrei potuto abbandonare una delle cose che più amo fare? Mi sarei presa a schiaffi per tutta la vita.
E, dio, è già passato talmente tanto tempo da quando ho cominciato nella nuova squadra! Ora sono orgogliosa di loro, delle mie compagne, e un po' anche di me stessa, lo ammetto, perché sono riuscita a non lasciarmi andare. E' stato difficile e ha comportato un mucchio di sacrifici, però adesso sono qui. Spesso mi lasciano in campo una partita intera! Piccoli passi, ecco, ma la mia voglia di fare è grande. Ormai mi sono integrata nella squadra; ho trovato delle buone amiche (in particolare una, dolcissima, con cui mi trovo davvero bene) con cui condivido fatica, impegno e passione. Ci capiamo a vicenda, ecco, perché sappiamo tutte cosa comporta allenarsi in quella palestra tre giorni a settimana (sì, da gennaio sono diventati tre: martedì, mercoledì e giovedì), due ore ogni allenamento, e fare la partita il venerdì sera, quando la settimana è quasi finita e vorresti solo buttarti del letto e non muoverti più. Sappiamo benissimo capire l'altra quando l'allenatore le grida addosso, quando ha sbagliato la battuta dell'ultimo set, quando non è in forma, quando ha le lacrime agli occhi per la frustrazione, quando grida di rabbia, quando le fa male tutto, quando ha i lividi sulle braccia, quando non riesce a fare come vorrebbe. C'è intesa, tra di noi, perché le stesse cose che prova una le ha provate anche un'altra, in un altro momento, e sa cosa vuol dire. Sappiamo cosa vuol dire tornare a casa alle undici di sera, dopo la partita, a pezzi, e doversi trascinare sotto la doccia; cosa vuol dire arrivare a casa tardi dopo un allenamento sfiancante e riprendere i libri in mano, ché domani c'è la verifica; cosa vuol dire giocare anche se il ginocchio non ne vuole sapere, di stare buono, e ti fa male piegarlo; cosa vuol dire allenarsi quando hai le tue cose, la luna storta, la pancia che ti fa venir voglia di tirar giù i santi, ma anche vincere, esultare, sentirsi squadra, fare del proprio meglio e poi sbagliare ma chissenefrega, hai dato il massimo, lo sappiamo.
L'allenatore si è complimentato con me: sono migliorata, in allenamento mi metto sotto, in partita ho dimostrato di poter fare la differenza. Addirittura? Cazzo, sì. Magari non per altri, ma per me è una cosa enorme, ragazzi, enorme.
La notizia delle notizie, quella che mi ha lasciata gasata per giorni, è stata la proposta di fare un allenamento con la serie D. Serie D, signori! Roba che me la sogno di notte. E invece, l'allenamento l'ho fatto per davvero (mi sono anche sentita una mocciosa, difronte a loro, così brave e con più esperienza di me).
Oltre a tutto questo, solita routine: sveglia alle 6.15, infinito viaggio di andata, scuola, infinito viaggio di ritorno, alle 15.15 sono a casa, alle 15.30 finisco di mangiare, mi metto in pigiama e studio (se il richiamo del letto non mi tenta troppo, altrimenti ciao mondo fino all'ora di uscire) o esco, poi pallavolo, poi doccia, cena, nanna. Il sabato è dedicato ai ragazzi, il gruppo nostro, quello sempre dell'altra estate: al pomeriggio, dopo scuola, mi trovo con L. e Fede T. e usciamo tutti insieme; che bella compagnia, che siamo. Restiamo insieme fino a sera, per le strade di Milano o tappati a casa di qualcuno per il freddo.
Boh, si, devo dire che è davvero una vita del cazzo, però dà le sue soddisfazioni, quando vuole. Poi ci sono le piccole cose, ecco, quelle che ti fanno sorridere, tipo giocare con Pulce a fare il mimo o a costruire case e torri di cuscini, incontrare un anziano che ti chiede di leggere un'etichetta per lui e poi comincia a raccontarti della sua vita, e allora tu gli offri un pezzo di cioccolato; un'amica che ti ringrazia di cuore, una passeggiata a braccetto con L., nel parco, il sabato pomeriggio; un'attacco di risate che non finisce mai nel momento in cui tu, G. e Y. dove pagare il conto al ristorante cinese; una caduta di qualche compagno di classe, una battuta divertente, un complimento sul tuo aspetto o sul tuo cervello, un racconto che riesci a scrivere bene, una mamma che fai felice quando noti il suo nuovo taglio di capelli, un gattino che accarezzi, un vecchio amico che si fa risentire dopo tanto tempo, un sabato pomeriggio in Paolo Sarpi, a mangiare fette di mela in un McDonald e a fare i coglioni, un saluto di un compagno di scuola delle elementari, l'incontro con un ragazzo coi capelli ricci come i tuoi che ti fissa per un pezzo mentre tu lo fissi dall'altro marciapiede e lui che ti fa un cenno, un sorriso bianchissimo di uno di quei tizi che stanno a sorvegliare i negozi, un aperitivo per spezzare la routine, una serata passata coi ragazzi a casa di Ivan a vedere un film spassoso, una cena con alcuni dei ragazzi a vedere video idioti al computer, ballare Un, dos, tres, pasito bailante Marìa (sì, dai, la conoscete tutti!) in mutande e reggiseno coi capelli bagnati, il sentirti a casa fuori casa, il sentirti bene con te stessa, per una volta, finalmente.
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