martedì 30 aprile 2013

Coseacaso.

Tornavo a casa da scuola, oggi, e mentre camminavo per le vie del quartiere ho sentito odore di prato tagliato e mi sono venuti in mente gli anni della scuola elementare, quando coi miei compagni di classe uscivamo in cortile, dopo pranzo, e spaccavamo le pigne contro il cemento per mangiarci i pinoli che c'erano dentro. Ci rimaneva la resina incollata alle dita.
Allora ho pensato che ad ogni fetta di vita corrisponde un profumo, o un odore, o una sensazione (ma quelle sono più difficili da descrivere, ti scivolano dalle mani e non riesci a capire da dove arrivino perché ti restano sotto la pelle per troppo poco tempo).
C'erano le caramelle alla violetta che profumavano di dolce, quelle che la zia mi portava dalla montagna in barattoli di vetro: me le infilavo in bocca a manciate perché non resistevo alla tentazione di sentirle sciogliersi sotto la lingua.
C'era il profumo del glicine che ancora adesso penzola, gonfio di fiori, dai cancelli di casa mia: il glicine fiorisce due volte l'anno e sa di primavera e mi ricorda di quando giocavo con mio fratello in giardino. Rincorrevamo lucertole, raccoglievamo margherite e chiudevamo lombrichi in scatole di cartone.
C'era l'odore un po' aspro di mio padre, quando in estate se ne andava in giro per casa con la canottiera bianca da muratore e mi prendeva in braccio. Ero ancora tanto piccola da potermi raggomitolare sotto le sue ascelle.

C'era l'odore di segatura in quel periodo in cui casa nostra era abitata da roditori e pesciolini di ogni tipo. Io li portavo a casa e li amavo tutti d'un amore infantile, ma mi faceva paura quella loro irrequietezza e l'inquietudine che c'avevano negli occhietti neri e sempre spalancati. Quando è morto l'ultimo porcellino d'India mi sono sentita così in colpa e allo stesso tempo libera di uno strano disagio che m'è venuta la pelle d'oca per quanto credevo di essere crudele, e non ho mai più chiesto di avere in casa un altro animaletto da compagnia. Io, che volevo fare la veterinaria e mettere su una fattoria.
C'era il profumo che sapeva di buono delle mani di mio nonno, quando, dopo scuola, lui si prendeva cura di me e mi lavava le mani e mi diceva di non aver paura dell'acqua. Mani morbide e grandissime, rugose come pelle di tartaruga e venate di blu.
C'era l'odore di gomma da masticare rosa, di quelle arrotolate come spirali gommose. Io e la mia vicina - con cui ero amica ancora prima che nascesse, quasi - le mangiavamo sotto il suo portico alla fine di un'estate arancione di millenni fa, e c'erano queste carte dei Pokémon sulle mattonelle e una sedia a dondolo imbottita.

Di sensazioni ora mi vengono in mente quella del pelo del mio criceto Gimmi, quella del borotalco con cui mia madre cospargeva me e mio fratello, nudi, dopo che ci aveva fatto il bagno: c'erano le mani di mia mamma un po' ruvide come lo sono ora che facevano su e giù sui nostri corpicini a spalmare quella farina leggera, e c'era il caldo confortante di una stufetta elettrica che ronzava e aveva una lucina rossa - dio, devo aver avuto tre anni o giù di lì -.
C'è la sensazione delle dita di mio nonno paterno, in un salone tradizionale marocchino, tra i miei capelli; quei polpastrelli che erano gli stessi della zia e di mio padre sulla mia testa, in momenti diversi, e quel modo di muoversi e massaggiare tipico di una stirpe che a pensarci fa quasi impressione.
C'è la sensazione di farfalle allo stomaco e baci tremanti scambiati al buio, dietro le porte, e di corse sfrenate per i corridoi.
C'è la sensazione di due mani di bambino strette al mio collo, e la mia voglia di piangere.
C'è la sensazione di annegare di quella volta che eravamo andati al sud e avevo voluto a tutti i costi fare il bagno in una piscina naturale scavata dalle onde nelle scogliere, e il sapore di sale che mi era rimasto in bocca per tutta l'acqua che m'era entrata nel naso e nei polmoni. Poi una tizia mi aveva offerto uno di quei cracker ovali, me lo ricordo ancora.


Il punto è che nessuno può testimoniare che le sensazioni che provi e ti tornano addosso o i profumi e gli odori che ti rimangono nel naso siano veri, e tutto ciò ti lascia allora il dubbio che la cosa sia successa davvero o sia soltanto frutto della tua immaginazione, e capisci che non riuscirai ad uscirne, perché sono cose così intime e personali che fai pure fatica a spiegarle a te stessa.

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