Quando vorresti un po' di inverno come si deve, non c'è. Quando hai voglia di sole, non c'è.
Mi ricordo che quest'autunno avevo un mucchio di voglia di vestirmi pesante, coi jeans lunghi e i maglioni larghi. Poi ha fatto caldo per un bel po'. Poi c'è stato tutto nero e scuro e pieno di nebbia. Poi la neve. Ora che è aprile e vorremmo passare le giornate fuori per le vie di Milano anziché chiusi in casa, fa brutto. E piove. E fa freddo.
Anyway, da qualche giorno mi fanno male i muscoli per via dell'allenamento. E' fastidioso, perché bruciano, però è anche una sensazione che mi piace. Mi fa sentire viva, un po' come il freddo e la fatica della corsa. Correre durante il riscaldamento e sentire che tutto il corpo lavora con te e i polmoni anche, cercano di stare al passo di gambe veloci e la voglia di continuare; è... non so, una cosa che fa parte del mio essere.
Mi piace quando sono in campo e i muscoli sono pronti, all'erta, pronti a scattare. Quando le caviglie e le ginocchia un po' fanno male, ma poi si riscaldano e mi fanno quasi volare. Mi piace sentirmi forte e veloce. Agile. Mi piace prendere la rincorsa per l'attacco e saltare molto in alto e prendere a schiaffi la palla, amica palla, e sentirla sbattere sulla superficie del campo. Mi piace fare le cose come si deve, e sentire che per l'allenatore faccio tutto quello che devo fare, e lo faccio bene.
Certe volte quello che ti piace può anche distruggerti. Ci sono dei giorni che mi sono sentita da schifo, perché magari erano successe cose, fuori, che mi avevano buttata giù. Entrando in palestra e cominciando l'allenamento, reagisco in due modi: 1) mi ricarico, mi riattivo, mi sfogo con la palla e contro la palla; 2) faccio le cose fatte male, e la cosa mi fa sentire anche peggio. Che poi, avere delle compagne di squadra, può essere sia un fatto positivo, che negativo. E' negativo perché magari, quando le cose non ti vengono bene, o anzi, dimmerda, vedere che alle altre riesce bene ti butta giù in una maniera assurda (parlo per esperienza personale perché a me è successo). Potrebbe anche risultare positivo perché comunque vedendo che loro ce la fanno, ci riesci anche tu. Diventi più aggressiva, combatti, sudi. Cadi e ti rialzi (e poi ovvio, ti aiutano, ti sostengono, condividono con te la fatica e il desiderio di farcela, i sacrifici che lo sport comporta, le vincite e le sconfitte eccetera). Una cosa che adoro, è pensare alla pallavolo come uno sport di cadute e rialzi. Durante tutto il corso della mia (relativamente breve) vita, mi è stata molto, molto d'aiuto. Aveva ragione il mio allenatore, che ormai è quasi un secondo padre, quando diceva che la palestra è la prima scuola di vita. Impari a farti male e poi a star meglio. Ad affrontare le sfide, le paure, le incertezze. A spingerti più in là coi limiti. A forzare le tue barriere, ad addentrarti in un mondo di scelte e sbucciature e lacrime e sudore. Impari la differenza tra l'inciampare e cadere per sbaglio e la tua volontà di buttarti, lanciarti nel vuoto per qualcosa in cui credi. Conosci il sacrificio. La delusione, le lacrime, la fatica, ma anche la gioia, gioia allo stato puro, urlata al mondo che non ti riteneva capace, rovesciata in faccia a chi volevi dimostrare quanto vali. E' sempre bello, è qualcosa che mi appartiene e a cui appartengo.
Senza la pallavolo, sul serio, non sarei come sono. Già detto? Può darsi, ma non mi faccio problemi; lo ripeterei mille altre volte ancora, perché è la verità. Non so se mi capite. No, probabilmente può capire solo chi, come me, c'è dentro fino al collo o forse più. Completamente immerso in un tipo d'amore strano, particolare, tipo questo, che ti stringe fino a soffocarti e al tempo stesso ti fa respirare il suo stesso fiato a pieni polmoni.
Mi ricordo che un giorno, quando avevo appena cominciato a giocare e stavo andando ad uno dei primi allenamenti (avrò avuto sei, sette anni), avevo avuto lo strano pensiero che avrei continuato con la pallavolo fino ai diciotto anni, e l'avevo anche espresso a voce - non so perché, non me lo sono mai spiegato; ripensare a certe cose dette da bambina, proprio, mi lascia un sacco di perplessità - al padre della mia vicina, che ha cominciato con me ed ha smesso tre anni dopo. Io sono ancora qui, dopo qualcosa come dieci anni, e non intendo mollare fino a quando le ossa mi reggeranno in piedi.
C.
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