Se io non riesco a capire me stessa, non so come possano arrivarci gli altri.
Quindi, se tu mi dici che mi conosci, beh, stai mentendo o ti sbagli, perché personalmente credo che nessuno mi capisca. Non abbastanza. Non come io capisco e conosco me stessa.
Il fatto che nessuno sappia veramente chi sono mi fa sentire un po' sola, a volte. Altre, credo sia meglio, perché non voglio che quello che c'è qui dentro venga visto là fuori.
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martedì 24 aprile 2012
domenica 15 aprile 2012
Ieri sera
Ero sdraiata a pancia in su sul letto, con le cuffie. Guardavo il soffitto. Ascoltavo Breakeven, che è una canzone che adoro e mi commuove, dei The Script.
Forse è la voce del cantante, che manco so come si chiama. Però ha una voce dolce e dice "I'm falling to pieces". Allora ho pianto, ma poco. Però non stavo cadendo a pezzi come canta lui. O sì? E per cosa? Certe volte mi viene da piangere senza sapere perché. Poi cerco di capire e me lo chiedo, il perché, però non arrivo ad una conclusione.
Che strana cosa l'adolescenza. Con gli ormoni a mille e il resto. Come quando un paio di giorni fa guardavo una partita di pallavolo maschile e mi sentivo il cuore battere nello stomaco e pensavo cazzo, quanto sono sexy quei tipi, coi loro muscoli. Come emozionarsi per una canzone o un film o una frase o un sorriso. Come essere felice o triste per una cosa assolutamente da nulla. Come cercare di dare un senso a se stessi e al mondo e chiedersi se davvero un senso ce l'abbiamo.
Forse è la voce del cantante, che manco so come si chiama. Però ha una voce dolce e dice "I'm falling to pieces". Allora ho pianto, ma poco. Però non stavo cadendo a pezzi come canta lui. O sì? E per cosa? Certe volte mi viene da piangere senza sapere perché. Poi cerco di capire e me lo chiedo, il perché, però non arrivo ad una conclusione.
Che strana cosa l'adolescenza. Con gli ormoni a mille e il resto. Come quando un paio di giorni fa guardavo una partita di pallavolo maschile e mi sentivo il cuore battere nello stomaco e pensavo cazzo, quanto sono sexy quei tipi, coi loro muscoli. Come emozionarsi per una canzone o un film o una frase o un sorriso. Come essere felice o triste per una cosa assolutamente da nulla. Come cercare di dare un senso a se stessi e al mondo e chiedersi se davvero un senso ce l'abbiamo.
sabato 14 aprile 2012
Tra l'altro, odio quando qualcuno mi mette sottosopra la camera, perché poi non trovo più niente. E' come se mettessero le mani tra i miei organi interni e li ribaltassero tipo frittelle.
RedCherry
RedCherry
giovedì 12 aprile 2012
There's nothing you can do that can't be done.
Mia zia dice che mi piace la musica da vecchi (tipo Bruce Springsteen, Beatles, Nirvana, Rolling Stones, Janis Joplin, Jim Morrison, Elvis Presley, Bob Dylan, Ramones, Queen eccetera).
Insomma, se ascoltare musica che piace ai ragazzi della mia generazione vuol dire riempirsi le orecchie di tunz tunz, rap di vario genere e roba così... allora sì, AMO la musica "da vecchi".
Tra l'altro, mi sarebbe anche piaciuto vivere nella loro epoca, prima di tutta 'sta merdaccia. Pure secondo mio padre il vero rock n' roll l'hanno fatto loro, e la loro è l'unica musica che rimarrà davvero, nei secoli dei secoli amen. E lo spero bene, cazzo.
Se provo a chiedere a mia madre come fosse quel periodo - e l'ho chiesto molte e molte volte -, lei mi dice che era un periodo normale. Ma perché mia madre, secondo me, faceva la vita da pastorella Mary (o forse era la pecorella?). Qualcosa mio padre me l'ha detto, ma in Marocco le cose erano e sono diverse. Forse per vivere davvero gli anni '60-'70-'80 bisognava stare in America, ecco.
Ho letto che gli anni '60 sono stati i migliori, per chi c'è passato. In quel periodo probabilmente si davano alla pazza gioia, fumandosi schifezze che fottevano il cervello. Le donne conquistavano la loro libertà, si mettevano la minigonna, diventavano indipendenti; la gente protestava, manifestava, esprimeva le proprie idee politiche e sociali. C'erano le rivolte culturali e si dice sia il periodo in cui amare era più facile. C'erano i giovani, tanti giovani, più in gamba di molti di quelli di oggi, forse, che guidavano la loro generazione con sentimento e rabbia contro la società. C'erano gli hippy e tutti i loro movimenti di pace e amore.
Com'è che dicevano, quei quattro? All you need is love.
Chi mi porta a fare un giro con la macchina del tempo?
C.
Insomma, se ascoltare musica che piace ai ragazzi della mia generazione vuol dire riempirsi le orecchie di tunz tunz, rap di vario genere e roba così... allora sì, AMO la musica "da vecchi".
Tra l'altro, mi sarebbe anche piaciuto vivere nella loro epoca, prima di tutta 'sta merdaccia. Pure secondo mio padre il vero rock n' roll l'hanno fatto loro, e la loro è l'unica musica che rimarrà davvero, nei secoli dei secoli amen. E lo spero bene, cazzo.
Se provo a chiedere a mia madre come fosse quel periodo - e l'ho chiesto molte e molte volte -, lei mi dice che era un periodo normale. Ma perché mia madre, secondo me, faceva la vita da pastorella Mary (o forse era la pecorella?). Qualcosa mio padre me l'ha detto, ma in Marocco le cose erano e sono diverse. Forse per vivere davvero gli anni '60-'70-'80 bisognava stare in America, ecco.
Ho letto che gli anni '60 sono stati i migliori, per chi c'è passato. In quel periodo probabilmente si davano alla pazza gioia, fumandosi schifezze che fottevano il cervello. Le donne conquistavano la loro libertà, si mettevano la minigonna, diventavano indipendenti; la gente protestava, manifestava, esprimeva le proprie idee politiche e sociali. C'erano le rivolte culturali e si dice sia il periodo in cui amare era più facile. C'erano i giovani, tanti giovani, più in gamba di molti di quelli di oggi, forse, che guidavano la loro generazione con sentimento e rabbia contro la società. C'erano gli hippy e tutti i loro movimenti di pace e amore.
Com'è che dicevano, quei quattro? All you need is love.
Chi mi porta a fare un giro con la macchina del tempo?
C.
domenica 8 aprile 2012
Frrrrreddo
Quando vorresti un po' di inverno come si deve, non c'è. Quando hai voglia di sole, non c'è.
Mi ricordo che quest'autunno avevo un mucchio di voglia di vestirmi pesante, coi jeans lunghi e i maglioni larghi. Poi ha fatto caldo per un bel po'. Poi c'è stato tutto nero e scuro e pieno di nebbia. Poi la neve. Ora che è aprile e vorremmo passare le giornate fuori per le vie di Milano anziché chiusi in casa, fa brutto. E piove. E fa freddo.
Anyway, da qualche giorno mi fanno male i muscoli per via dell'allenamento. E' fastidioso, perché bruciano, però è anche una sensazione che mi piace. Mi fa sentire viva, un po' come il freddo e la fatica della corsa. Correre durante il riscaldamento e sentire che tutto il corpo lavora con te e i polmoni anche, cercano di stare al passo di gambe veloci e la voglia di continuare; è... non so, una cosa che fa parte del mio essere.
Mi piace quando sono in campo e i muscoli sono pronti, all'erta, pronti a scattare. Quando le caviglie e le ginocchia un po' fanno male, ma poi si riscaldano e mi fanno quasi volare. Mi piace sentirmi forte e veloce. Agile. Mi piace prendere la rincorsa per l'attacco e saltare molto in alto e prendere a schiaffi la palla, amica palla, e sentirla sbattere sulla superficie del campo. Mi piace fare le cose come si deve, e sentire che per l'allenatore faccio tutto quello che devo fare, e lo faccio bene.
Certe volte quello che ti piace può anche distruggerti. Ci sono dei giorni che mi sono sentita da schifo, perché magari erano successe cose, fuori, che mi avevano buttata giù. Entrando in palestra e cominciando l'allenamento, reagisco in due modi: 1) mi ricarico, mi riattivo, mi sfogo con la palla e contro la palla; 2) faccio le cose fatte male, e la cosa mi fa sentire anche peggio. Che poi, avere delle compagne di squadra, può essere sia un fatto positivo, che negativo. E' negativo perché magari, quando le cose non ti vengono bene, o anzi, dimmerda, vedere che alle altre riesce bene ti butta giù in una maniera assurda (parlo per esperienza personale perché a me è successo). Potrebbe anche risultare positivo perché comunque vedendo che loro ce la fanno, ci riesci anche tu. Diventi più aggressiva, combatti, sudi. Cadi e ti rialzi (e poi ovvio, ti aiutano, ti sostengono, condividono con te la fatica e il desiderio di farcela, i sacrifici che lo sport comporta, le vincite e le sconfitte eccetera). Una cosa che adoro, è pensare alla pallavolo come uno sport di cadute e rialzi. Durante tutto il corso della mia (relativamente breve) vita, mi è stata molto, molto d'aiuto. Aveva ragione il mio allenatore, che ormai è quasi un secondo padre, quando diceva che la palestra è la prima scuola di vita. Impari a farti male e poi a star meglio. Ad affrontare le sfide, le paure, le incertezze. A spingerti più in là coi limiti. A forzare le tue barriere, ad addentrarti in un mondo di scelte e sbucciature e lacrime e sudore. Impari la differenza tra l'inciampare e cadere per sbaglio e la tua volontà di buttarti, lanciarti nel vuoto per qualcosa in cui credi. Conosci il sacrificio. La delusione, le lacrime, la fatica, ma anche la gioia, gioia allo stato puro, urlata al mondo che non ti riteneva capace, rovesciata in faccia a chi volevi dimostrare quanto vali. E' sempre bello, è qualcosa che mi appartiene e a cui appartengo.
Senza la pallavolo, sul serio, non sarei come sono. Già detto? Può darsi, ma non mi faccio problemi; lo ripeterei mille altre volte ancora, perché è la verità. Non so se mi capite. No, probabilmente può capire solo chi, come me, c'è dentro fino al collo o forse più. Completamente immerso in un tipo d'amore strano, particolare, tipo questo, che ti stringe fino a soffocarti e al tempo stesso ti fa respirare il suo stesso fiato a pieni polmoni.
Mi ricordo che un giorno, quando avevo appena cominciato a giocare e stavo andando ad uno dei primi allenamenti (avrò avuto sei, sette anni), avevo avuto lo strano pensiero che avrei continuato con la pallavolo fino ai diciotto anni, e l'avevo anche espresso a voce - non so perché, non me lo sono mai spiegato; ripensare a certe cose dette da bambina, proprio, mi lascia un sacco di perplessità - al padre della mia vicina, che ha cominciato con me ed ha smesso tre anni dopo. Io sono ancora qui, dopo qualcosa come dieci anni, e non intendo mollare fino a quando le ossa mi reggeranno in piedi.
C.
Mi ricordo che quest'autunno avevo un mucchio di voglia di vestirmi pesante, coi jeans lunghi e i maglioni larghi. Poi ha fatto caldo per un bel po'. Poi c'è stato tutto nero e scuro e pieno di nebbia. Poi la neve. Ora che è aprile e vorremmo passare le giornate fuori per le vie di Milano anziché chiusi in casa, fa brutto. E piove. E fa freddo.
Anyway, da qualche giorno mi fanno male i muscoli per via dell'allenamento. E' fastidioso, perché bruciano, però è anche una sensazione che mi piace. Mi fa sentire viva, un po' come il freddo e la fatica della corsa. Correre durante il riscaldamento e sentire che tutto il corpo lavora con te e i polmoni anche, cercano di stare al passo di gambe veloci e la voglia di continuare; è... non so, una cosa che fa parte del mio essere.
Mi piace quando sono in campo e i muscoli sono pronti, all'erta, pronti a scattare. Quando le caviglie e le ginocchia un po' fanno male, ma poi si riscaldano e mi fanno quasi volare. Mi piace sentirmi forte e veloce. Agile. Mi piace prendere la rincorsa per l'attacco e saltare molto in alto e prendere a schiaffi la palla, amica palla, e sentirla sbattere sulla superficie del campo. Mi piace fare le cose come si deve, e sentire che per l'allenatore faccio tutto quello che devo fare, e lo faccio bene.
Certe volte quello che ti piace può anche distruggerti. Ci sono dei giorni che mi sono sentita da schifo, perché magari erano successe cose, fuori, che mi avevano buttata giù. Entrando in palestra e cominciando l'allenamento, reagisco in due modi: 1) mi ricarico, mi riattivo, mi sfogo con la palla e contro la palla; 2) faccio le cose fatte male, e la cosa mi fa sentire anche peggio. Che poi, avere delle compagne di squadra, può essere sia un fatto positivo, che negativo. E' negativo perché magari, quando le cose non ti vengono bene, o anzi, dimmerda, vedere che alle altre riesce bene ti butta giù in una maniera assurda (parlo per esperienza personale perché a me è successo). Potrebbe anche risultare positivo perché comunque vedendo che loro ce la fanno, ci riesci anche tu. Diventi più aggressiva, combatti, sudi. Cadi e ti rialzi (e poi ovvio, ti aiutano, ti sostengono, condividono con te la fatica e il desiderio di farcela, i sacrifici che lo sport comporta, le vincite e le sconfitte eccetera). Una cosa che adoro, è pensare alla pallavolo come uno sport di cadute e rialzi. Durante tutto il corso della mia (relativamente breve) vita, mi è stata molto, molto d'aiuto. Aveva ragione il mio allenatore, che ormai è quasi un secondo padre, quando diceva che la palestra è la prima scuola di vita. Impari a farti male e poi a star meglio. Ad affrontare le sfide, le paure, le incertezze. A spingerti più in là coi limiti. A forzare le tue barriere, ad addentrarti in un mondo di scelte e sbucciature e lacrime e sudore. Impari la differenza tra l'inciampare e cadere per sbaglio e la tua volontà di buttarti, lanciarti nel vuoto per qualcosa in cui credi. Conosci il sacrificio. La delusione, le lacrime, la fatica, ma anche la gioia, gioia allo stato puro, urlata al mondo che non ti riteneva capace, rovesciata in faccia a chi volevi dimostrare quanto vali. E' sempre bello, è qualcosa che mi appartiene e a cui appartengo.
Senza la pallavolo, sul serio, non sarei come sono. Già detto? Può darsi, ma non mi faccio problemi; lo ripeterei mille altre volte ancora, perché è la verità. Non so se mi capite. No, probabilmente può capire solo chi, come me, c'è dentro fino al collo o forse più. Completamente immerso in un tipo d'amore strano, particolare, tipo questo, che ti stringe fino a soffocarti e al tempo stesso ti fa respirare il suo stesso fiato a pieni polmoni.
Mi ricordo che un giorno, quando avevo appena cominciato a giocare e stavo andando ad uno dei primi allenamenti (avrò avuto sei, sette anni), avevo avuto lo strano pensiero che avrei continuato con la pallavolo fino ai diciotto anni, e l'avevo anche espresso a voce - non so perché, non me lo sono mai spiegato; ripensare a certe cose dette da bambina, proprio, mi lascia un sacco di perplessità - al padre della mia vicina, che ha cominciato con me ed ha smesso tre anni dopo. Io sono ancora qui, dopo qualcosa come dieci anni, e non intendo mollare fino a quando le ossa mi reggeranno in piedi.
C.
sabato 7 aprile 2012
Oggi eravamo al parco
Sdraiati uno vicino all'altro a pancia in su, a guardare il cielo, col sole sulla faccia, a passarci la bottiglia quasi vuota di vodka alla pesca per berla a piccoli sorsi. Eravamo non tanti, non tutti, ma abbastanza. Mi piace uscire con loro.
Ed ecco, eravamo lì così e io pensavo a quanto è bello essere giovani e fare cose belle come uscire, sdraiarci uno vicino all'altro sul prato, bere a piccoli sorsi e sentire l'alcol che scende giù per la gola e scalda il petto e sembra ti scorra nel sangue fino alla punta delle dita, stare col sole in faccia e sorridersi e conoscersi ancora di più, sempre di più.
Penso a quando saremo vecchi, e se non vecchi comunque meno giovani di ora, e non potremo fare un sacco di cose, ci verranno le rughe e avremo un sacco di ciccia che ci colerà dalle ossa. Allora al pomeriggio, quando con l'autobus sono scesa alla fermata del centro commerciale e lì ho raggiunto mia mamma coi miei fratelli, mi sono presa una crepe alla Nutella senza farmi troppi problemi per i brufoli, perché, come mi ha detto L., "almeno quelli con un po' di fondotinta li copri, i chili in più no". Dato che per non so quale strano scherzo della natura il mio metabolismo smaltisce tutto alla velocità della luce, ho deciso che non mi farò problemi sui brufoli, per quanto orripilanti possano essere, e mi godrò la mia adolescenza riempiendomi di schifezze come bisogna fare a quest'età.
Poi pensavo anche che, insomma, uno potrebbe morire in qualsiasi momento. Potresti uscire di casa ed essere preso in pieno da una macchina, o stroncato da un fulmine o da un infarto. Potrebbe caderti una tegola in testa. Potresti scivolare sul pavimento bagnato mentre esci dalla doccia e picchiare la crapa, che ne sai. E' così assurdo, che una vita, pum, si fermi da un momento all'altro.
Ultimamente non sono più così presa dall'idea di avere un ragazzo. Nel mio giardino zen personale, passo il rastrellino sulla sabbia e mi ripeto che quando sarà tempo, arriverà. Ogni cosa arriva a suo tempo, alla fine, no? Certe volte mi esce una pazienza da non crederci, roba che a conoscermi tanto bene mi sembra stranissimo. Anche il mio prof di italiano dice che secondo lui non sono una con tanta pazienza; io non gli ho dato una risposta, ma nella mia testa mi chiedevo come diavolo faccia quell'uomo ad azzeccarci sempre, con le persone. Certe volte mi preoccupa.
RedCherry
Ed ecco, eravamo lì così e io pensavo a quanto è bello essere giovani e fare cose belle come uscire, sdraiarci uno vicino all'altro sul prato, bere a piccoli sorsi e sentire l'alcol che scende giù per la gola e scalda il petto e sembra ti scorra nel sangue fino alla punta delle dita, stare col sole in faccia e sorridersi e conoscersi ancora di più, sempre di più.
Penso a quando saremo vecchi, e se non vecchi comunque meno giovani di ora, e non potremo fare un sacco di cose, ci verranno le rughe e avremo un sacco di ciccia che ci colerà dalle ossa. Allora al pomeriggio, quando con l'autobus sono scesa alla fermata del centro commerciale e lì ho raggiunto mia mamma coi miei fratelli, mi sono presa una crepe alla Nutella senza farmi troppi problemi per i brufoli, perché, come mi ha detto L., "almeno quelli con un po' di fondotinta li copri, i chili in più no". Dato che per non so quale strano scherzo della natura il mio metabolismo smaltisce tutto alla velocità della luce, ho deciso che non mi farò problemi sui brufoli, per quanto orripilanti possano essere, e mi godrò la mia adolescenza riempiendomi di schifezze come bisogna fare a quest'età.
Poi pensavo anche che, insomma, uno potrebbe morire in qualsiasi momento. Potresti uscire di casa ed essere preso in pieno da una macchina, o stroncato da un fulmine o da un infarto. Potrebbe caderti una tegola in testa. Potresti scivolare sul pavimento bagnato mentre esci dalla doccia e picchiare la crapa, che ne sai. E' così assurdo, che una vita, pum, si fermi da un momento all'altro.
Ultimamente non sono più così presa dall'idea di avere un ragazzo. Nel mio giardino zen personale, passo il rastrellino sulla sabbia e mi ripeto che quando sarà tempo, arriverà. Ogni cosa arriva a suo tempo, alla fine, no? Certe volte mi esce una pazienza da non crederci, roba che a conoscermi tanto bene mi sembra stranissimo. Anche il mio prof di italiano dice che secondo lui non sono una con tanta pazienza; io non gli ho dato una risposta, ma nella mia testa mi chiedevo come diavolo faccia quell'uomo ad azzeccarci sempre, con le persone. Certe volte mi preoccupa.
RedCherry
mercoledì 29 febbraio 2012
Hanno ragione,
il 29 febbraio è un giorno che non esiste, in pratica. L'ho sentito che lo dicevano alla radio stamattina, e mi sono ritrovata d'accordo. Siamo in una specie di fessura temporale, non so, qualcosa del genere. Il 29 febbraio che esiste solo ogni quattro anni, il 29 febbraio che a quelli che ci sono nati tutti fanno la battuta compi gli anni ogni quattro anni, sei così giovane! Ma non fa più ridere.
Il 29 febbraio siamo risucchiati in un'altra galassia. Il 29 febbraio che è così grigio. Il 29 febbraio che la sottoscritta cerca di capire come trovare il suo posto nel mondo. Insomma, come fai a sapere che sopravviverai e te lo guadagnerai, il tuo angolo tutto tuo? Come fai a ritagliartelo se non sai da dove partire e con che forbici farlo?
Un adulto direbbe questo vuol dire diventare grandi. Io direi questo vuol dire farsi un sacco di pare e basta, per la miseria.
Il 29 febbraio siamo risucchiati in un'altra galassia. Il 29 febbraio che è così grigio. Il 29 febbraio che la sottoscritta cerca di capire come trovare il suo posto nel mondo. Insomma, come fai a sapere che sopravviverai e te lo guadagnerai, il tuo angolo tutto tuo? Come fai a ritagliartelo se non sai da dove partire e con che forbici farlo?
Un adulto direbbe questo vuol dire diventare grandi. Io direi questo vuol dire farsi un sacco di pare e basta, per la miseria.
martedì 21 febbraio 2012
Mi piace piangere mentre faccio la doccia, perché nessuno mi sente e non devo trattenere i singhiozzi che mi esplodono fuori dal petto. Mi piace piangere mentre faccio la doccia perché sembra che le lacrime e il dolore scivolino giù con l'acqua che bagna la pelle, giù fin nello scarico. Perché sembra che quelle lacrime e quello star male non torneranno più. E invece tornano, qualche volta, e ti sembra di soffocare.
Sto elaborando una teoria secondo la quale vivere sia come stare in apnea. Se respiri, tutto ciò che ti fa male ti graffia dentro, i polmoni e le ossa, ed è come morire annegati. Prima di immergersi nella vita serve un gran respiro, altrimenti non ne esci più.
Sto elaborando una teoria secondo la quale vivere sia come stare in apnea. Se respiri, tutto ciò che ti fa male ti graffia dentro, i polmoni e le ossa, ed è come morire annegati. Prima di immergersi nella vita serve un gran respiro, altrimenti non ne esci più.
sabato 21 gennaio 2012
They said it changes when the sun goes down.
Allora. Mi sono fissata cogli Arctic Monkeys, che son bravi da far paura e mi piacciono un casino, e col verde. Però la mia stanza, verde, ancora non l'abbiamo fatta. E meno male che mia madre diceva sì, lo facciamo appena finisce l'estate, eh... abbelli, qua tra un po' pure l'inverno finisce.
Comunque. Ultimamente m'è tornata quell'infezione all'occhio, che boh, m'è diventato rosso e brucia (uno che stava in banco con me, quello dei graffiti: "Sei fatta solo per metà, ammettilo!").
Questi due giorni sono andata a scuola con la tracolla, non so bene perché. Poi oggi, quando tornavo a piedi dalla fermata dell'autobus con la sciarpa azzurra e le converse ai piedi e gli auricolari nelle orecchie e c'era fresco ma il cielo era limpido mi sentivo troppo figa, con quella tracolla. Giuro. Tipo protagonista di un video clip, o qualcosa del genere.
A dir la verità, però, di figo in me non c'è niente, soprattutto sulla mia faccia, in questi giorni. Dato che "sono fatta per metà" non posso mettere le lenti, e manco la matita e il mascara, che sono l'unica traccia di trucco che normalmente ho in faccia, ma ultimamente manco quello. Quindi ho quei fottuti occhiali e quelle fottute occhiaie sotto gli occhiali, abbastanza in evidenza, e quel fottuto punto rosso sulla punta del naso, e qualche fottuto brufolo che m'è spuntato sulla schiena per colpa del ciclo. Cioè, due palle. Quindi non sono sexy per una minchia, proprio; la mattina mi guardo allo specchio e mi faccio cagare, perciò alla fine non oso più specchiarmi e via, acchiappo la tracolla e l'iPod e corro giù per le scale e mi butto nell'aria fredda delle 7 meno 5 di una mattina di gennaio a caso per non arrivare in ritardo alla fottuta verifica di matematica della prima ora. Però insomma, è molto meglio dire fuckin' math's test.
Poi io e le ragazze avevamo pensato di andare in Inghilterra con le vacanze studio pure quest'estate, ma ancora non dico niente, nemmeno la meta, perché l'anno scorso dirlo ha portato sfiga, quindi ecco. E cazzo, non vedo l'ora di fare un altro viaggio come quello a Paignton! Dio, è stato pazzesco.
A parte questo, insomma, mi sono successe un sacco di cose, che però alla fine secondo me non vale la pena di scrivere. Cioè, le solite cose ordinarie della vita di una quindicenne, niente di così speciale: sono stata richiamata perché chiacchieravo, ho preso un 5 e mezzo in scienze e la prof m'ha chiesto come mai?, e io boh, ho detto proprio boh. Però ho comunque la media del 7, quindi scialla, soprattutto perché è il primo quadrimestre. Poi ultimamente piovono 8, sul serio, mi piovono tutti in testa e io non posso fare a meno di essere felice e accoglierli a braccia aperte, come fanno i bambini quando aprono la bocca mentre piove. Che poi, non so voi, ma l'8 è un numero così fenomenale da vedere sul proprio libretto!; insomma, non è un 10, certo, ma neanche un 6, cioè, non ti fai schifo né perché hai preso un voto troppo alto né perché ne hai preso uno mediocre. E pensavo che essere abbracciata da un otto, tutto così pieno di curve, dev'essere fantastico.
What else, what else... sì. Oggi, sempre mentre mi sentivo figa con la mia tracolla eccetera, ho visto un guantino bianco sul marciapiede. Non sono una di quelle che raccoglie il guantino e lo poggia da qualche altra parte, perché mi sembrerebbe brutto. Insomma, se è caduto lì lasciamolo lì, no? Magari l'hanno messo lì apposta, che ne sai tu? Poi è sempre bello immaginarsi come abbia fatto il guantino ad arrivare fino a lì. Magari c'era un bambino, sì, un bambino con una sciarpina bianca abbinata ai guantini bianchi, c'era questo marmocchietto che camminava sul marciapiede ed era appena uscito da scuola e sua madre era andata a prenderlo, gli aveva dato un bacio e lui aveva sorriso con pochi denti, e magari si era sentito orgoglioso di mostrare al mondo che gli erano caduti i denti da latte e ormai stava diventando grande; magari s'era messo a zompettare e sua madre l'aveva guardato, facendo attenzione che non si avvicinasse troppo alla strada. Poi, per come me la sono immaginata io, la mamma era una di quelle cicciottelle che preparano le torte di mele, e pure il bimbo era bello tondo. Ma comunque, poi, magari, sempre per come me la sono immaginata io, la mamma s'era ricordata che doveva levare la teglia con la torta di mele dal forno, altrimenti si sarebbe bruciata - per come me la sono immaginata io, la mamma era anche una di quelle un po' sbadate che si dimenticano le cose nel forno -, e allora aveva acciuffato il marmocchietto, che s'era messo a frignare, e l'aveva tirato verso la macchina, ché le mamme cicciottelle che preparano le torte di mele e se le dimenticano nel forno secondo me vanno sempre in giro in macchina e poi non ricordano mai dove hanno posato le chiavi. Poi magari qualcuno aveva chiamato la mamma al telefono, lei non c'aveva fatto caso, e al bimbetto piagnucolante con la sciarpa e i guantini abbinati era scivolato uno dei guantini, appunto, e quando erano arrivati a casa, dopo aver mangiato la torta di mele col papà, che era appena tornato dall'officina - per come me la sono immaginata io, il papà era uno di quelli allampati, alti e con un po' di ciccia, magari pure col riporto e una pipa in mano - avevano scoperto di averne perso uno, solo che cominciava a far buio e la mamma non trovava più le chiavi della macchina, appunto, perché era una di quelle che lasciavano le chiavi in giro per casa e poi non le trovavano più per un pezzo (proprio come fa mia madre), e allora non se n'era più fatto niente, mi capite, non c'era proprio più tempo, e poi la mamma doveva cominciare a scongelare il pollo, ché quella sera avevano ospiti i suoi genitori e lei voleva preparare un gran bell'arrosto, e aveva anche pensato di lasciare ai nonni del marmocchio tutto tondo una fetta di torta alle mele.
Che poi, a parte questa bella storiella che non so manco come m'è uscita dal cervello, avete presente le scarpe che si trovano per strada? Ecco, quelle come fanno a caderti? Insomma, spiegatemelo. Cioè, tu giri un angolo e ti trovi di fronte uno scarponcino così, tutto solo, in mezzo a tutto quel cemento, che un po' ti senti pure triste per lui. Forse il proprietario dello scarponcino s'era rotto le palle, proprio, non gli andava più a genio, lo scarponcino, e l'aveva lasciato così, in mezzo alla strada. O magari c'era questo tizio, un intelligentone, che s'era messo bello comodo a dormire in macchina coi piedi fuori dal finestrino, e manco se n'era accorto, che gli volava giù la scarpa. Insomma, tutto può essere. Può essere anche che il proprietario dello scarponcino fosse il nonno del bimbetto con i guantini bianchi, che quando era arrivato a casa loro era tutto imbronciato e s'era mangiato di fretta l'arrosto e aveva fatto pure il bis, poi tutti gli avevano chiesto cos'avesse e lui aveva raccontato tutta la storia di lui coi piedi fuori dal finestrino, magari l'aveva fatto un po' in imbarazzo, e alla fine c'avevano riso tutti sopra, lui, la nonna, la figlia, il marmocchio e il padre del marmocchio che si fumava una pipa e s'aggiustava il riporto.
Che poi insomma, non è fantastico pensare a quante storie potrebbero venir fuori da un semplice guantino perso in mezzo al marciapiede? E' assolutamente fenomenale. E' per questo che non tocco mai le cose che qualcuno ha perso in mezzo al marciapiede: magari un giorno uno scrittore bravo, che sa far cantare le parole, ci scriverà sopra una bella storia, che ne sai. E saranno famosi pure il guantino e lo scarponcino, e forse si sentiranno pure un po' meno soli, perché qualcuno ha finalmente pensato a loro, che ne sai?
Cherry
Comunque. Ultimamente m'è tornata quell'infezione all'occhio, che boh, m'è diventato rosso e brucia (uno che stava in banco con me, quello dei graffiti: "Sei fatta solo per metà, ammettilo!").
Questi due giorni sono andata a scuola con la tracolla, non so bene perché. Poi oggi, quando tornavo a piedi dalla fermata dell'autobus con la sciarpa azzurra e le converse ai piedi e gli auricolari nelle orecchie e c'era fresco ma il cielo era limpido mi sentivo troppo figa, con quella tracolla. Giuro. Tipo protagonista di un video clip, o qualcosa del genere.
A dir la verità, però, di figo in me non c'è niente, soprattutto sulla mia faccia, in questi giorni. Dato che "sono fatta per metà" non posso mettere le lenti, e manco la matita e il mascara, che sono l'unica traccia di trucco che normalmente ho in faccia, ma ultimamente manco quello. Quindi ho quei fottuti occhiali e quelle fottute occhiaie sotto gli occhiali, abbastanza in evidenza, e quel fottuto punto rosso sulla punta del naso, e qualche fottuto brufolo che m'è spuntato sulla schiena per colpa del ciclo. Cioè, due palle. Quindi non sono sexy per una minchia, proprio; la mattina mi guardo allo specchio e mi faccio cagare, perciò alla fine non oso più specchiarmi e via, acchiappo la tracolla e l'iPod e corro giù per le scale e mi butto nell'aria fredda delle 7 meno 5 di una mattina di gennaio a caso per non arrivare in ritardo alla fottuta verifica di matematica della prima ora. Però insomma, è molto meglio dire fuckin' math's test.
Poi io e le ragazze avevamo pensato di andare in Inghilterra con le vacanze studio pure quest'estate, ma ancora non dico niente, nemmeno la meta, perché l'anno scorso dirlo ha portato sfiga, quindi ecco. E cazzo, non vedo l'ora di fare un altro viaggio come quello a Paignton! Dio, è stato pazzesco.
A parte questo, insomma, mi sono successe un sacco di cose, che però alla fine secondo me non vale la pena di scrivere. Cioè, le solite cose ordinarie della vita di una quindicenne, niente di così speciale: sono stata richiamata perché chiacchieravo, ho preso un 5 e mezzo in scienze e la prof m'ha chiesto come mai?, e io boh, ho detto proprio boh. Però ho comunque la media del 7, quindi scialla, soprattutto perché è il primo quadrimestre. Poi ultimamente piovono 8, sul serio, mi piovono tutti in testa e io non posso fare a meno di essere felice e accoglierli a braccia aperte, come fanno i bambini quando aprono la bocca mentre piove. Che poi, non so voi, ma l'8 è un numero così fenomenale da vedere sul proprio libretto!; insomma, non è un 10, certo, ma neanche un 6, cioè, non ti fai schifo né perché hai preso un voto troppo alto né perché ne hai preso uno mediocre. E pensavo che essere abbracciata da un otto, tutto così pieno di curve, dev'essere fantastico.
What else, what else... sì. Oggi, sempre mentre mi sentivo figa con la mia tracolla eccetera, ho visto un guantino bianco sul marciapiede. Non sono una di quelle che raccoglie il guantino e lo poggia da qualche altra parte, perché mi sembrerebbe brutto. Insomma, se è caduto lì lasciamolo lì, no? Magari l'hanno messo lì apposta, che ne sai tu? Poi è sempre bello immaginarsi come abbia fatto il guantino ad arrivare fino a lì. Magari c'era un bambino, sì, un bambino con una sciarpina bianca abbinata ai guantini bianchi, c'era questo marmocchietto che camminava sul marciapiede ed era appena uscito da scuola e sua madre era andata a prenderlo, gli aveva dato un bacio e lui aveva sorriso con pochi denti, e magari si era sentito orgoglioso di mostrare al mondo che gli erano caduti i denti da latte e ormai stava diventando grande; magari s'era messo a zompettare e sua madre l'aveva guardato, facendo attenzione che non si avvicinasse troppo alla strada. Poi, per come me la sono immaginata io, la mamma era una di quelle cicciottelle che preparano le torte di mele, e pure il bimbo era bello tondo. Ma comunque, poi, magari, sempre per come me la sono immaginata io, la mamma s'era ricordata che doveva levare la teglia con la torta di mele dal forno, altrimenti si sarebbe bruciata - per come me la sono immaginata io, la mamma era anche una di quelle un po' sbadate che si dimenticano le cose nel forno -, e allora aveva acciuffato il marmocchietto, che s'era messo a frignare, e l'aveva tirato verso la macchina, ché le mamme cicciottelle che preparano le torte di mele e se le dimenticano nel forno secondo me vanno sempre in giro in macchina e poi non ricordano mai dove hanno posato le chiavi. Poi magari qualcuno aveva chiamato la mamma al telefono, lei non c'aveva fatto caso, e al bimbetto piagnucolante con la sciarpa e i guantini abbinati era scivolato uno dei guantini, appunto, e quando erano arrivati a casa, dopo aver mangiato la torta di mele col papà, che era appena tornato dall'officina - per come me la sono immaginata io, il papà era uno di quelli allampati, alti e con un po' di ciccia, magari pure col riporto e una pipa in mano - avevano scoperto di averne perso uno, solo che cominciava a far buio e la mamma non trovava più le chiavi della macchina, appunto, perché era una di quelle che lasciavano le chiavi in giro per casa e poi non le trovavano più per un pezzo (proprio come fa mia madre), e allora non se n'era più fatto niente, mi capite, non c'era proprio più tempo, e poi la mamma doveva cominciare a scongelare il pollo, ché quella sera avevano ospiti i suoi genitori e lei voleva preparare un gran bell'arrosto, e aveva anche pensato di lasciare ai nonni del marmocchio tutto tondo una fetta di torta alle mele.
Che poi, a parte questa bella storiella che non so manco come m'è uscita dal cervello, avete presente le scarpe che si trovano per strada? Ecco, quelle come fanno a caderti? Insomma, spiegatemelo. Cioè, tu giri un angolo e ti trovi di fronte uno scarponcino così, tutto solo, in mezzo a tutto quel cemento, che un po' ti senti pure triste per lui. Forse il proprietario dello scarponcino s'era rotto le palle, proprio, non gli andava più a genio, lo scarponcino, e l'aveva lasciato così, in mezzo alla strada. O magari c'era questo tizio, un intelligentone, che s'era messo bello comodo a dormire in macchina coi piedi fuori dal finestrino, e manco se n'era accorto, che gli volava giù la scarpa. Insomma, tutto può essere. Può essere anche che il proprietario dello scarponcino fosse il nonno del bimbetto con i guantini bianchi, che quando era arrivato a casa loro era tutto imbronciato e s'era mangiato di fretta l'arrosto e aveva fatto pure il bis, poi tutti gli avevano chiesto cos'avesse e lui aveva raccontato tutta la storia di lui coi piedi fuori dal finestrino, magari l'aveva fatto un po' in imbarazzo, e alla fine c'avevano riso tutti sopra, lui, la nonna, la figlia, il marmocchio e il padre del marmocchio che si fumava una pipa e s'aggiustava il riporto.
Che poi insomma, non è fantastico pensare a quante storie potrebbero venir fuori da un semplice guantino perso in mezzo al marciapiede? E' assolutamente fenomenale. E' per questo che non tocco mai le cose che qualcuno ha perso in mezzo al marciapiede: magari un giorno uno scrittore bravo, che sa far cantare le parole, ci scriverà sopra una bella storia, che ne sai. E saranno famosi pure il guantino e lo scarponcino, e forse si sentiranno pure un po' meno soli, perché qualcuno ha finalmente pensato a loro, che ne sai?
Cherry
domenica 8 gennaio 2012
La cosa di cui ho più paura
Tutti hanno un proprio timore, tenuto stretto nel profondo, mh?
Ecco, il mio è morire senza aver fatto tutto.
Oppure non aver abbastanza tempo per vivere tutto ciò che ho da vivere, morire prima di aver finito, avere una vita troppo breve, boh, mettetela come volete. Il succo è questo.
Ci pensavo ieri sera, era mezzanotte passata e stavamo dormendo in quattro - io, Pulce, l'altro mio fratello e mia zia, che poi è partita da appena un'ora - nel letto di Pulce e nel letto che si tira fuori da sotto quello di Pulce. Che alla fine era come stare in un letto matrimoniale, e stamattina, non so bene quando, mi sono ritrovata Pulce letteralmente sopra la testa, della serie che mio fratello, grande come sta diventando, l'aveva spinto giù e mi era caduto addosso. Ma a parte questo, ecco, ci stavo pensando ieri notte e mi dicevo che mai, mai, mai potrei pensare al suicidio. Nemmeno accadesse una disgrazia, succedesse qualcosa di terribile, mai mai mai avrei voglia di uccidermi, e di farlo per davvero.
Sono una di quelle persone che cerca sempre qualcosa che possa stimolare la propria fame di sapere, la propria curiosità. Come potrei decidere di mettere fine a un mio ipotetico "grande cammino"? Per questo non riesco a capire cosa spinga certe persone a togliersi la vita. E okay, non sono nata ieri, so benissimo che certe cose possono urtare la gente, pungere nel profondo e turbarle fino ad arrivare a un certo punto della vita, dove ci si chiede Ma dovrei restare ancora in questo mondo? Questo però è giusto perché siamo tutti diversi, e io cercherei sempre di stare meglio, di vedere il meglio, di vivere il meglio. Resterei per poter dire, alla fine, magari dopo anni e anni passati a soffrire, magari dopo periodi tanto neri da non vedere più una via d'uscita Ehy, ce l'ho fatta. Ne sono uscita. Oppure Ehy, ce la sto facendo.
Poi sì, magari sono tutte cazzate e alla fine mi butterò per davvero giù da un palazzo. Però sto cercando di immaginare, che alla fine è quello che faccio da tutta una vita. Immaginare.
Il mondo è pieno così di cose belle da fare, cose belle da vedere, persone ancora più belle da conoscere, che per me sarebbe assurdo dire stop, non ne voglio più sapere.
Poi, ovviamente, quando sto male io, per conto mio, non la penso così. Nossignore, mi chiedo perché vado tutto così a puttane, ma alla fine qualcosa cambia, qualcosa scorre, e mi sento meglio.
"Morire non mi piace per niente. È l'ultima cosa che farò." (Roberto Benigni, che grand'uomo).
Non so, ragazzi, non riesco ad arrivare ad una conclusione. Non chiuderò con un mio pensiero filosofico o chessò io, ma ecco tutto. Probabilmente anche questo post non ha proprio un accidenti di senso.
Il fatto è che tutti hanno paura, e questa è la mia paura.
Ecco, il mio è morire senza aver fatto tutto.
Oppure non aver abbastanza tempo per vivere tutto ciò che ho da vivere, morire prima di aver finito, avere una vita troppo breve, boh, mettetela come volete. Il succo è questo.
Ci pensavo ieri sera, era mezzanotte passata e stavamo dormendo in quattro - io, Pulce, l'altro mio fratello e mia zia, che poi è partita da appena un'ora - nel letto di Pulce e nel letto che si tira fuori da sotto quello di Pulce. Che alla fine era come stare in un letto matrimoniale, e stamattina, non so bene quando, mi sono ritrovata Pulce letteralmente sopra la testa, della serie che mio fratello, grande come sta diventando, l'aveva spinto giù e mi era caduto addosso. Ma a parte questo, ecco, ci stavo pensando ieri notte e mi dicevo che mai, mai, mai potrei pensare al suicidio. Nemmeno accadesse una disgrazia, succedesse qualcosa di terribile, mai mai mai avrei voglia di uccidermi, e di farlo per davvero.
Sono una di quelle persone che cerca sempre qualcosa che possa stimolare la propria fame di sapere, la propria curiosità. Come potrei decidere di mettere fine a un mio ipotetico "grande cammino"? Per questo non riesco a capire cosa spinga certe persone a togliersi la vita. E okay, non sono nata ieri, so benissimo che certe cose possono urtare la gente, pungere nel profondo e turbarle fino ad arrivare a un certo punto della vita, dove ci si chiede Ma dovrei restare ancora in questo mondo? Questo però è giusto perché siamo tutti diversi, e io cercherei sempre di stare meglio, di vedere il meglio, di vivere il meglio. Resterei per poter dire, alla fine, magari dopo anni e anni passati a soffrire, magari dopo periodi tanto neri da non vedere più una via d'uscita Ehy, ce l'ho fatta. Ne sono uscita. Oppure Ehy, ce la sto facendo.
Poi sì, magari sono tutte cazzate e alla fine mi butterò per davvero giù da un palazzo. Però sto cercando di immaginare, che alla fine è quello che faccio da tutta una vita. Immaginare.
Il mondo è pieno così di cose belle da fare, cose belle da vedere, persone ancora più belle da conoscere, che per me sarebbe assurdo dire stop, non ne voglio più sapere.
Poi, ovviamente, quando sto male io, per conto mio, non la penso così. Nossignore, mi chiedo perché vado tutto così a puttane, ma alla fine qualcosa cambia, qualcosa scorre, e mi sento meglio.
"Morire non mi piace per niente. È l'ultima cosa che farò." (Roberto Benigni, che grand'uomo).
Non so, ragazzi, non riesco ad arrivare ad una conclusione. Non chiuderò con un mio pensiero filosofico o chessò io, ma ecco tutto. Probabilmente anche questo post non ha proprio un accidenti di senso.
Il fatto è che tutti hanno paura, e questa è la mia paura.
sabato 24 dicembre 2011
Ommaigod!
Blogger ha ripreso a funzionare come si deve, dopo qualcosa come 5 mesi che dava problemi. Sono esterrefatta, davvero. What a beautiful Christmas present.
E' bello vedere su Youtube commenti a video natalizi con scritte cose tipo Merry Christmas from Poland/Philippines/Romania/Holland/Greece/unpaeserandomdelmondo. Cioè, mi riempie il cuore.
Poi questo periodo, almeno per me, non è dei migliori. Insomma, è bello lo spirito natalizio e tutto, stare a casa a cazzeggiare, ricevere regali dagli amici (uno dei regali, fatto da alcune mie compagne di classe, è stato un reggiseno rosso! Era da settembre che dicevo di volerne uno, ma non avrei mai creduto che, insomma... Gesù, ho riso per un'eternità, da non credere!). Sì, è bello tutto questo e molto altro, ma è un periodo buio, per me. Nel senso che sento un buio interiore, qualcosa del genere. Non faccio altro che paragonarmi ad altra gente e a chiedermi continuamente perché non ho quelle mille qualità che hanno loro. Non riesco ad accettarmi completamente; faccio finta di niente e guardo avanti, ma magari ho le lacrime agli occhi e prego perché nessuno se ne accorga. Insomma, c'è da dire che non è nemmeno la prima volta che mi capita. Spesso cerco di farmene una ragione, di dirmi ehy, non importa, sei molto meglio di altre. Certe volte lo penso davvero, certe altre sto una merda. Tipo in queste settimane. Sarà questa fottuta adolescenza, o il fatto che abbia detto bene le cose che mi erano state chieste nell'interrogazione di italiano, ma che il prof mi abbia messo un misero 6 e mezzo, giustificandosi con una frase del tipo "Le altre volte le cose le hai dette meglio" (e qua mi sono incazzata da morire). E okay, mi sta bene, tanto lui non mette mai più di 7, però è un'ingiustizia colossale. Oppure sarà che la verifica di scienze e quella di informatica sono andate penosamente, ma penosamente davvero. Sarà che mi sento sola come non mai, ma cerco di non pensarci. Saranno altre migliaia di cose, saranno i commenti della gente, quelli che da anni mi ripeto di non ascoltare, ma che non posso fare a meno di sentire. E sono due cose diverse. E ogni volta, quando credo che sia finita, quando m'illudo di essere riuscita a passarla, a dimenticare, ci ricado. Merda.
Non so, non so davvero. Continuo a ripensare a tutte le persone che ho perso, continuo a chiedermi che senso abbia andare bene a scuola se poi da vecchia guarderò indietro e non vedrò nulla. Se la gente guarderà indeitro e non mi ricorderà e non mi vedrà. E mi chiedo se io abbia mai colpito qualcuno per il modo in cui sono. Perché è una di quelle cose che vorrei fare: colpire la gente. Vorrei essere splendente come M., che non va bene a scuola ma a scuola tutti la conoscono e sa parlare con tutti e canta da Dio e ognuno la ricorda per qualcosa di bello. Perché lei sarà ricordata, lei sarà conosciuta, sarà amata dai professori anche se non è mai stata un genio, sarà pensata dai ragazzi perché ci sa fare ed è bella, avrà una vita splendente come ora. Magari non farà l'università, ma magari sarà famosa per la sua voce. E sarà carismatica quanto ora e potrà dire di essere stata mia amica, ma quando pronuncerà il mio nome nessuno saprà chi sono. Insomma, io la adoro, è fantastica, meravigliosa davvero, ma non posso fare a meno di invidiarla. E non sopporto invidiare la gente, andiamo, che senso ha? Mi chiedo che senso abbiano questo e tutto il resto. Chi sarò, io? Una di quelle normali. Sarò una normale, probabilmente. Ma sinceramente non riesco a vedermi di qui a 5 anni. Qualche volta mi vien da pensare che semplicemente non ci sarò, nessuno mi vedrà, me compresa, non ci sarò e stop.
A parte questo, sono convinta che nella vita serva una personalità forte, e io non credo di averla. Quest'anno sono stata classificata come una delle "alternative" della classe. Perché ho un mio stile, e d'accordo, ma anche questo, che senso ha? Solo perché mi vesto magari qualche volta tutta in nero o metto accessori particolari o perché ho dei piercing o perché qualche volta metto maglie di alcuni gruppi che mi piacciono? Mi vesto così perché mi piace, non perché voglia dimostrare qualcosa. Perché questa sono io, per il momento. Perché probabilmente questo è solo un periodo. Non credo che a trent'anni sarò ancora etichettata come "alternativa". E comunque non capisco. E c'è qualcosa di questo discorso che non va, c'è qualcosa in me che non va, non riesco a capire. Non so neanche se mi sono espressa bene, se ho detto veramente quello che volevo dire, e, pensandoci, la risposta è no. Perché assolutamente non ho detto tutto, anzi, ho detto poco e niente. E' difficile, non riuscirei a dire tutto, né ora né mai. E' complicato.
Mi verrebbe voglia di cancellare e riscrivere tutto, ma non lo farò. Probabilmente tu, sì, tu che stai leggendo, non riuscirai a comprendere. E ti dò ragione, anche perché per me vale lo stesso. E comunque questa specie di monologo ha preso una piega strana e non ho voglia di star qui a spiegarti le cose.
Solo che ho una specie di casino mentale e psicofisico, o qualcosa così. Una matassa di fili che non riesco proprio a sbrogliare. Non ho voglia di fare un'autoanalisi, e non ho la testa per risolvere certe cose. Potrei sembrare una specie di persona malsana che si fa i complessi, e probabilmente è così, ma quando c'ho dentro certe cose è meglio sputarle fuori scrivendo. Mi sento meno pesante, ma ancora soffocante.
Per fortuna non sono sempre così, altrimenti sai che palle!
Per adesso vi auguro solo di passare uno splendido Natale vicino alle persone che amate. Ingozzatevi di roba buona e rilassatevi e divertitevi, che le vacanze volano, come al solito!
Un sorriso,
Red Cherry
E' bello vedere su Youtube commenti a video natalizi con scritte cose tipo Merry Christmas from Poland/Philippines/Romania/Holland/Greece/unpaeserandomdelmondo. Cioè, mi riempie il cuore.
Poi questo periodo, almeno per me, non è dei migliori. Insomma, è bello lo spirito natalizio e tutto, stare a casa a cazzeggiare, ricevere regali dagli amici (uno dei regali, fatto da alcune mie compagne di classe, è stato un reggiseno rosso! Era da settembre che dicevo di volerne uno, ma non avrei mai creduto che, insomma... Gesù, ho riso per un'eternità, da non credere!). Sì, è bello tutto questo e molto altro, ma è un periodo buio, per me. Nel senso che sento un buio interiore, qualcosa del genere. Non faccio altro che paragonarmi ad altra gente e a chiedermi continuamente perché non ho quelle mille qualità che hanno loro. Non riesco ad accettarmi completamente; faccio finta di niente e guardo avanti, ma magari ho le lacrime agli occhi e prego perché nessuno se ne accorga. Insomma, c'è da dire che non è nemmeno la prima volta che mi capita. Spesso cerco di farmene una ragione, di dirmi ehy, non importa, sei molto meglio di altre. Certe volte lo penso davvero, certe altre sto una merda. Tipo in queste settimane. Sarà questa fottuta adolescenza, o il fatto che abbia detto bene le cose che mi erano state chieste nell'interrogazione di italiano, ma che il prof mi abbia messo un misero 6 e mezzo, giustificandosi con una frase del tipo "Le altre volte le cose le hai dette meglio" (e qua mi sono incazzata da morire). E okay, mi sta bene, tanto lui non mette mai più di 7, però è un'ingiustizia colossale. Oppure sarà che la verifica di scienze e quella di informatica sono andate penosamente, ma penosamente davvero. Sarà che mi sento sola come non mai, ma cerco di non pensarci. Saranno altre migliaia di cose, saranno i commenti della gente, quelli che da anni mi ripeto di non ascoltare, ma che non posso fare a meno di sentire. E sono due cose diverse. E ogni volta, quando credo che sia finita, quando m'illudo di essere riuscita a passarla, a dimenticare, ci ricado. Merda.
Non so, non so davvero. Continuo a ripensare a tutte le persone che ho perso, continuo a chiedermi che senso abbia andare bene a scuola se poi da vecchia guarderò indietro e non vedrò nulla. Se la gente guarderà indeitro e non mi ricorderà e non mi vedrà. E mi chiedo se io abbia mai colpito qualcuno per il modo in cui sono. Perché è una di quelle cose che vorrei fare: colpire la gente. Vorrei essere splendente come M., che non va bene a scuola ma a scuola tutti la conoscono e sa parlare con tutti e canta da Dio e ognuno la ricorda per qualcosa di bello. Perché lei sarà ricordata, lei sarà conosciuta, sarà amata dai professori anche se non è mai stata un genio, sarà pensata dai ragazzi perché ci sa fare ed è bella, avrà una vita splendente come ora. Magari non farà l'università, ma magari sarà famosa per la sua voce. E sarà carismatica quanto ora e potrà dire di essere stata mia amica, ma quando pronuncerà il mio nome nessuno saprà chi sono. Insomma, io la adoro, è fantastica, meravigliosa davvero, ma non posso fare a meno di invidiarla. E non sopporto invidiare la gente, andiamo, che senso ha? Mi chiedo che senso abbiano questo e tutto il resto. Chi sarò, io? Una di quelle normali. Sarò una normale, probabilmente. Ma sinceramente non riesco a vedermi di qui a 5 anni. Qualche volta mi vien da pensare che semplicemente non ci sarò, nessuno mi vedrà, me compresa, non ci sarò e stop.
A parte questo, sono convinta che nella vita serva una personalità forte, e io non credo di averla. Quest'anno sono stata classificata come una delle "alternative" della classe. Perché ho un mio stile, e d'accordo, ma anche questo, che senso ha? Solo perché mi vesto magari qualche volta tutta in nero o metto accessori particolari o perché ho dei piercing o perché qualche volta metto maglie di alcuni gruppi che mi piacciono? Mi vesto così perché mi piace, non perché voglia dimostrare qualcosa. Perché questa sono io, per il momento. Perché probabilmente questo è solo un periodo. Non credo che a trent'anni sarò ancora etichettata come "alternativa". E comunque non capisco. E c'è qualcosa di questo discorso che non va, c'è qualcosa in me che non va, non riesco a capire. Non so neanche se mi sono espressa bene, se ho detto veramente quello che volevo dire, e, pensandoci, la risposta è no. Perché assolutamente non ho detto tutto, anzi, ho detto poco e niente. E' difficile, non riuscirei a dire tutto, né ora né mai. E' complicato.
Mi verrebbe voglia di cancellare e riscrivere tutto, ma non lo farò. Probabilmente tu, sì, tu che stai leggendo, non riuscirai a comprendere. E ti dò ragione, anche perché per me vale lo stesso. E comunque questa specie di monologo ha preso una piega strana e non ho voglia di star qui a spiegarti le cose.
Solo che ho una specie di casino mentale e psicofisico, o qualcosa così. Una matassa di fili che non riesco proprio a sbrogliare. Non ho voglia di fare un'autoanalisi, e non ho la testa per risolvere certe cose. Potrei sembrare una specie di persona malsana che si fa i complessi, e probabilmente è così, ma quando c'ho dentro certe cose è meglio sputarle fuori scrivendo. Mi sento meno pesante, ma ancora soffocante.
Per fortuna non sono sempre così, altrimenti sai che palle!
Per adesso vi auguro solo di passare uno splendido Natale vicino alle persone che amate. Ingozzatevi di roba buona e rilassatevi e divertitevi, che le vacanze volano, come al solito!
Un sorriso,
Red Cherry
mercoledì 14 dicembre 2011
Era la seconda media
Qualche anno dopo quel martedì, o era giovedì?, che avevo la foto di classe e l'ora prima era successa una cosa e avevo pianto e quel pomeriggio, nel letto, con la faccia schiacciata contro il cuscino, avevo deciso di cancellare quell'episodio dalla mia testa, perché era stato talmente umiliante. Il bello è che alla fine, a continuare a ripetermi dimentica dimentica dimentica, non l'ho più scordato.
Era prima che Fede T. avesse tutti quei problemi e non volesse più mangiare e diventasse irritabile e andasse dallo psicologo.
Era dopo che mi ero legata con L.
Era un paio di anni dopo quel periodo in cui Fede T. andava in giro a dire Sono uno scorpione, guarda come pungo! e dava a tutti dei pizzicotti tanto forti che ti rimanevano i lividi, e a me un po' faceva paura.
Era quattro anni dopo quel mercoledì del 14 febbraio, era San Valentino, e io avevo regalato ad A. un orsetto bianco che aveva in mano un cuore rosso e quando gliel'avevo consegnato - era in un pacchettino rosso - lui non faceva che sorridere e io ero imbarazzata da morire perché sua madre mi aveva ringraziato. Mi chiedevo perché diavolo mi avesse ringraziato lei, che c'entrava lei?, il regalo era per A. Io ero tutta rossa e avevo un po' voglia di piangere per l'imbarazzo. Due giorni prima ero andata in cartoleria con mamma, ed era pieno di cose carine, cuori e fiori di carta, tutto rosa e rosso e con tante scritte tipo Ti amo, Per sempre, Ti voglio bene. Io avevo deciso che sul cuore che volevo io per A. non ci sarebbe dovuto essere scritto niente, perché non dovevo dirgli nulla, a parte forse che stare vicino a lui mi faceva battere forte il cuore. Ma nessuna delle cose in vendita diceva una cosa simile. Avevo 8 anni ed ero piccola così, ma avevo gli occhi grandi.
Era la seconda media quando in classe stavamo preparando i cartelloni per la festa di fine anno (o forse era Natale?). Era pochi giorni dopo che io avevo visto una puntata di Melissa P. alla tele, da sola, di notte, e avevo raccontato alle mie compagne di classe una delle scene, quando un tizio che quella Melissa P. manco conosceva le aveva chiesto: Mi vuoi baciare?, e lei aveva fatto sì con la testa, e allora lui aveva detto E allora baciami l'uccello, e l'aveva presa per le spalle e l'aveva spinta giù, e si vedeva questa Melissa P. che s'inginocchiava e io ero rimasta con le sopracciglia corrugate e gli occhi spalancati. Era quel "E allora baciami l'uccello", insomma, dov'erano le scene romantiche che volevo? Merda. Avevo dodici anni.
Era appunto la seconda media, qualche giorno dopo che avevo visto una puntata Melissa P. e avevo raccontato la cosa alle mie compagne di classe, che ridacchiavano e mi fissavano abbastanza sconvolte.
Beh, mentre preparavamo quei cartelloni, eravamo divisi in due gruppi e Fede T. era in uno dei suoi periodi particolari e se ne stava seduta vicino al bulletto della classe, il classico stronzo che rifaceva per la terza volta la seconda media. E col bulletto c'erano pure tutti i ragazzi che li fissavano, e mi ricordo che Fede T. se ne stava con le gambe accavallate e il tizio le toccava il seno (era ben messa, da quel punto di vista, e la invidiavo un sacco perché io invece ero piatta come una tavola da surf) e diceva agli altri ragazzi Guardate che tette! e lei niente, se ne stava lì a dare colpetti alle mani del ragazzo e continuava a parlare di non so che, come se niente fosse. E mi ricordo che io pensavo ma perché non dice qualcosa al tizio? Poi tra l'altro tutti i ragazzi erano lì, ben attenti, a sghignazzare, quasi con la bava alla bocca.
E niente, non so perché io ne stia parlando, ma qualche giorno fa l'ho incrociata e abbiamo parlato, ha un ragazzo, delle amiche, non ha più me, non fa più la stronza, sorrideva, stava bene, sembrava felice, l'ho abbracciata, ma non forte come si fa con le amiche, più un abbraccio veloce, non come si fa tra amiche d'infanzia, più come quando hai avuto un bambino e ti si fanno le congratulazioni, anche se sarei voluta fermarmi di più, ma poi non so se a lei sarebbe piaciuto. Poi ci sono certe cose che in seconda media non capisci, ma che ora mi vengono in mente. Era bella, stava bene.
Mi manca.
Cherry
Era prima che Fede T. avesse tutti quei problemi e non volesse più mangiare e diventasse irritabile e andasse dallo psicologo.
Era dopo che mi ero legata con L.
Era un paio di anni dopo quel periodo in cui Fede T. andava in giro a dire Sono uno scorpione, guarda come pungo! e dava a tutti dei pizzicotti tanto forti che ti rimanevano i lividi, e a me un po' faceva paura.
Era quattro anni dopo quel mercoledì del 14 febbraio, era San Valentino, e io avevo regalato ad A. un orsetto bianco che aveva in mano un cuore rosso e quando gliel'avevo consegnato - era in un pacchettino rosso - lui non faceva che sorridere e io ero imbarazzata da morire perché sua madre mi aveva ringraziato. Mi chiedevo perché diavolo mi avesse ringraziato lei, che c'entrava lei?, il regalo era per A. Io ero tutta rossa e avevo un po' voglia di piangere per l'imbarazzo. Due giorni prima ero andata in cartoleria con mamma, ed era pieno di cose carine, cuori e fiori di carta, tutto rosa e rosso e con tante scritte tipo Ti amo, Per sempre, Ti voglio bene. Io avevo deciso che sul cuore che volevo io per A. non ci sarebbe dovuto essere scritto niente, perché non dovevo dirgli nulla, a parte forse che stare vicino a lui mi faceva battere forte il cuore. Ma nessuna delle cose in vendita diceva una cosa simile. Avevo 8 anni ed ero piccola così, ma avevo gli occhi grandi.
Era la seconda media quando in classe stavamo preparando i cartelloni per la festa di fine anno (o forse era Natale?). Era pochi giorni dopo che io avevo visto una puntata di Melissa P. alla tele, da sola, di notte, e avevo raccontato alle mie compagne di classe una delle scene, quando un tizio che quella Melissa P. manco conosceva le aveva chiesto: Mi vuoi baciare?, e lei aveva fatto sì con la testa, e allora lui aveva detto E allora baciami l'uccello, e l'aveva presa per le spalle e l'aveva spinta giù, e si vedeva questa Melissa P. che s'inginocchiava e io ero rimasta con le sopracciglia corrugate e gli occhi spalancati. Era quel "E allora baciami l'uccello", insomma, dov'erano le scene romantiche che volevo? Merda. Avevo dodici anni.
Era appunto la seconda media, qualche giorno dopo che avevo visto una puntata Melissa P. e avevo raccontato la cosa alle mie compagne di classe, che ridacchiavano e mi fissavano abbastanza sconvolte.
Beh, mentre preparavamo quei cartelloni, eravamo divisi in due gruppi e Fede T. era in uno dei suoi periodi particolari e se ne stava seduta vicino al bulletto della classe, il classico stronzo che rifaceva per la terza volta la seconda media. E col bulletto c'erano pure tutti i ragazzi che li fissavano, e mi ricordo che Fede T. se ne stava con le gambe accavallate e il tizio le toccava il seno (era ben messa, da quel punto di vista, e la invidiavo un sacco perché io invece ero piatta come una tavola da surf) e diceva agli altri ragazzi Guardate che tette! e lei niente, se ne stava lì a dare colpetti alle mani del ragazzo e continuava a parlare di non so che, come se niente fosse. E mi ricordo che io pensavo ma perché non dice qualcosa al tizio? Poi tra l'altro tutti i ragazzi erano lì, ben attenti, a sghignazzare, quasi con la bava alla bocca.
E niente, non so perché io ne stia parlando, ma qualche giorno fa l'ho incrociata e abbiamo parlato, ha un ragazzo, delle amiche, non ha più me, non fa più la stronza, sorrideva, stava bene, sembrava felice, l'ho abbracciata, ma non forte come si fa con le amiche, più un abbraccio veloce, non come si fa tra amiche d'infanzia, più come quando hai avuto un bambino e ti si fanno le congratulazioni, anche se sarei voluta fermarmi di più, ma poi non so se a lei sarebbe piaciuto. Poi ci sono certe cose che in seconda media non capisci, ma che ora mi vengono in mente. Era bella, stava bene.
Mi manca.
Cherry
domenica 13 novembre 2011
Odio fare le cose senza averne voglia.
Odio vedere le mie unghie mangiucchiate.
Odio non essere ascoltata.
Adoro gli stand che vendono caldarroste e zucchero filato e waffle caldi e profumati per le vie del centro di Milano.
Adoro vedere il Duomo la sera, e vedere tutte quelle persone e sentire tutti quei rumori, quelli belli.
Amo passare le ore nelle librerie.
Detesto uscirne senza aver comprato nulla.
Odio non riuscire a risparmiare neanche mezzo centesimo, ed esser costretta a chiedere prestiti ai miei fratelli, che tra l'altro hanno un sacco di soldi e mi chiedono pure di restituirglieli con gli interessi.
Non sopporto fare errori.
Non reggo la gente che si lagna.
Amo sentirmi leggera dopo essermi sfogata con L.
Odio piangere.
Questo post ha poco senso.
R. Cherry
Odio non essere ascoltata.
Adoro gli stand che vendono caldarroste e zucchero filato e waffle caldi e profumati per le vie del centro di Milano.
Adoro vedere il Duomo la sera, e vedere tutte quelle persone e sentire tutti quei rumori, quelli belli.
Amo passare le ore nelle librerie.
Detesto uscirne senza aver comprato nulla.
Odio non riuscire a risparmiare neanche mezzo centesimo, ed esser costretta a chiedere prestiti ai miei fratelli, che tra l'altro hanno un sacco di soldi e mi chiedono pure di restituirglieli con gli interessi.
Non sopporto fare errori.
Non reggo la gente che si lagna.
Amo sentirmi leggera dopo essermi sfogata con L.
Odio piangere.
Questo post ha poco senso.
R. Cherry
sabato 5 novembre 2011
Un post angoscioso (?)
Quando mia madre viene da me con gli occhi tristi e un po' lucidi e mi dice "E' successa una cosa bruttissima", o "Devo dirti una cosa bruttissima", vuol dire che è morto qualcuno. E non voglio più che questa frase mi sia ripetuta, cazzo, mai più. Non voglio sentirla.
Perché basta. Insomma, è la terza volta in un anno. Prima il nonno, poi la nonna, poi, giusto ieri, mentre studiavo scienze, un amico di famiglia. Giovane. Ventitré anni. Incidente in motocicletta.
E allora io dicevo a mamma ma mamma, stanno morendo tutti, tutti proprio, e lei mi diceva no, no, non dire così, è stato solo un episodio, un episodio separato. Ma i suoi occhi mi davano ragione.
Però ieri mi è caduta addosso la consapevolezza, quella vera, ed era pesante, mi schiacciava la cassa toracica, non respiravo, era pesante, che vedrò tutte le persone a me care morire. Semplicemente. Cadranno tutte, una ad una, una dopo l'altra, si addormenteranno senza mai più svegliarsi. E io starò qui a vivere e vedere, e probabilmente passerò la mia vita a piangere, ogni volta di più, ad ogni addormentato ci saranno più lacrime, più lacrime, come ora, finché mi prosciugherò e il mio corpo non conterrà più acqua e comincerò ad essere vecchia e ad avere sonno, avrò sonno e i capelli bianchi e mi metterò a dormire e non mi sveglierò più, perché è così che deve andare.
So benissimo che è la natura. Ma ho capito cosa significhi veramente la parola "morto", solo un anno fa. Ed è terribile, è terribile, nessuno dovrebbe mai sentirsi dire una cosa del genere. Perché se sei morto non torni più, per la miseria, mai più. Ed è terribile. Perché non è che "se n'è andato", no, è proprio scomparso, chissà dove, ma scomparso. Risucchiato dalla terra che lo ha creato, forse, forse in un posto migliore, chissà, ma sta di fatto che qua, con noi, un posto nel mondo non ce l'ha più. Come se una sedia fosse rimasta vuota. E verrà riempita da qualcun altro, certo, ne nasce tanta di gente, ogni secondo che noi passiamo a piangere per quelli che se ne sono andati.
Ed ecco, sono turbata. Tanto. Sto a pezzi, non riuscirei a reggere altro, basta, basta.Vedrò cadere tutta una generazione, se ne andranno tutti, merda. E io non vorrei saperlo, proprio no, vorrei continuare a vivere nella mia illusione, nella mia bolla, sono brava a fingere che le cose vadano in un altro modo, sono una che si sa convincere facilmente. Mi direi che ci sono tutti, ancora vivi, seduti sul loro pezzo di mondo.
Poi, certo, se ascoltassi canzoni un po' meno deprimenti magari la situazione non ti sembrerebbe poi così tragica, eh, Cherry, sei un'idiota, lo fai apposta, lo fai apposta a farti del male, sei cattiva, le lacrime non risolvono niente, ti fanno solo bruciare gli occhi.
Ma proprio non ci riesco, a non pensarci.
Dio, che mal di testa.
C.
Perché basta. Insomma, è la terza volta in un anno. Prima il nonno, poi la nonna, poi, giusto ieri, mentre studiavo scienze, un amico di famiglia. Giovane. Ventitré anni. Incidente in motocicletta.
E allora io dicevo a mamma ma mamma, stanno morendo tutti, tutti proprio, e lei mi diceva no, no, non dire così, è stato solo un episodio, un episodio separato. Ma i suoi occhi mi davano ragione.
Però ieri mi è caduta addosso la consapevolezza, quella vera, ed era pesante, mi schiacciava la cassa toracica, non respiravo, era pesante, che vedrò tutte le persone a me care morire. Semplicemente. Cadranno tutte, una ad una, una dopo l'altra, si addormenteranno senza mai più svegliarsi. E io starò qui a vivere e vedere, e probabilmente passerò la mia vita a piangere, ogni volta di più, ad ogni addormentato ci saranno più lacrime, più lacrime, come ora, finché mi prosciugherò e il mio corpo non conterrà più acqua e comincerò ad essere vecchia e ad avere sonno, avrò sonno e i capelli bianchi e mi metterò a dormire e non mi sveglierò più, perché è così che deve andare.
So benissimo che è la natura. Ma ho capito cosa significhi veramente la parola "morto", solo un anno fa. Ed è terribile, è terribile, nessuno dovrebbe mai sentirsi dire una cosa del genere. Perché se sei morto non torni più, per la miseria, mai più. Ed è terribile. Perché non è che "se n'è andato", no, è proprio scomparso, chissà dove, ma scomparso. Risucchiato dalla terra che lo ha creato, forse, forse in un posto migliore, chissà, ma sta di fatto che qua, con noi, un posto nel mondo non ce l'ha più. Come se una sedia fosse rimasta vuota. E verrà riempita da qualcun altro, certo, ne nasce tanta di gente, ogni secondo che noi passiamo a piangere per quelli che se ne sono andati.
Ed ecco, sono turbata. Tanto. Sto a pezzi, non riuscirei a reggere altro, basta, basta.Vedrò cadere tutta una generazione, se ne andranno tutti, merda. E io non vorrei saperlo, proprio no, vorrei continuare a vivere nella mia illusione, nella mia bolla, sono brava a fingere che le cose vadano in un altro modo, sono una che si sa convincere facilmente. Mi direi che ci sono tutti, ancora vivi, seduti sul loro pezzo di mondo.
Poi, certo, se ascoltassi canzoni un po' meno deprimenti magari la situazione non ti sembrerebbe poi così tragica, eh, Cherry, sei un'idiota, lo fai apposta, lo fai apposta a farti del male, sei cattiva, le lacrime non risolvono niente, ti fanno solo bruciare gli occhi.
Ma proprio non ci riesco, a non pensarci.
Dio, che mal di testa.
C.
sabato 29 ottobre 2011
Allora, c'eravamo io e M.
No, in realtà M. non c'era. Ero appena scesa da casa sua e stavo tornando a casa, quando vedo una bellissima rosa rossa agganciata ad un unico gambo, lungo, verde, sottile, verde, solo, a sua volta agganciato ad un pezzo di terra. E mi ha fatto una tale impressione, una tale impressione.
Insomma, era una rosa, un'unica rosa, eh, non un roseto come è di solito, e se ne stava sola, sola e rossa, seduta - quasi avesse le gambe accavallate, così me la sono immaginata, coi petali che sembrano gambe accavallate di una signorina, accavallate sul gambo, su questo gambo lunghissimo e sottile che ondeggiava in mezzo ad un cortile - e a fine ottobre.
Fatto sta che io me ne andavo in giro con un sorriso idiota in faccia, di quelli che non riesci a controllare quando ti capitano delle cose belle, e ne era appena successa una, e mi son vista davanti questa rosa. Mi ha fatto una tale impressione che me ne sono andata di fretta, quasi la sua particolarità mi avrebbe potuta risucchiare tra i suoi petali.
Non so, proprio una strana cosa.
Poi non faccio altro che rigirarmi nel cervello una storia che ho cominciato a scrivere e parla un po' di me e un po' di te, insomma, una cosa particolare ma semplice, un po' un esperimento, e dentro c'è dell'amore eccetera, come mi piacerebbe un po' d'amore, di quello bello, quanto mi piacerebbe anche solo sfiorarlo.
E tra l'altro, la gente mi dice che riesco a fare certe facce che sembro di gomma, dice che ho i capelli belli e tutti stanno lì a dirmi "Eh, ma secondo me dovresti tenerli così, sì, così, e lavarli come ti ho detto, e fare...". Cioè, ma che palle. I capelli sono miei, miei e basta, e sono belli, e sono ricci ricci, e sono neri, e sono miei. Che poi la gente me la sta spaccando proprio, la testa, come dicono in francese Ils me cassent la tete!, con l'accento circonflesso, però. Me la spaccano in due, come fosse un'anguria, me la rompono in due parti, nel senso che rompono le palle. Cioè, insomma, i francesi sono molto meno volgari e tutto il resto, e dicono rompersi la testa e non rompersi i coglioni, ma mi sa che come lo diciamo noi suona meglio, insomma.
Insomma, era una rosa, un'unica rosa, eh, non un roseto come è di solito, e se ne stava sola, sola e rossa, seduta - quasi avesse le gambe accavallate, così me la sono immaginata, coi petali che sembrano gambe accavallate di una signorina, accavallate sul gambo, su questo gambo lunghissimo e sottile che ondeggiava in mezzo ad un cortile - e a fine ottobre.
Fatto sta che io me ne andavo in giro con un sorriso idiota in faccia, di quelli che non riesci a controllare quando ti capitano delle cose belle, e ne era appena successa una, e mi son vista davanti questa rosa. Mi ha fatto una tale impressione che me ne sono andata di fretta, quasi la sua particolarità mi avrebbe potuta risucchiare tra i suoi petali.
Non so, proprio una strana cosa.
Poi non faccio altro che rigirarmi nel cervello una storia che ho cominciato a scrivere e parla un po' di me e un po' di te, insomma, una cosa particolare ma semplice, un po' un esperimento, e dentro c'è dell'amore eccetera, come mi piacerebbe un po' d'amore, di quello bello, quanto mi piacerebbe anche solo sfiorarlo.
E tra l'altro, la gente mi dice che riesco a fare certe facce che sembro di gomma, dice che ho i capelli belli e tutti stanno lì a dirmi "Eh, ma secondo me dovresti tenerli così, sì, così, e lavarli come ti ho detto, e fare...". Cioè, ma che palle. I capelli sono miei, miei e basta, e sono belli, e sono ricci ricci, e sono neri, e sono miei. Che poi la gente me la sta spaccando proprio, la testa, come dicono in francese Ils me cassent la tete!, con l'accento circonflesso, però. Me la spaccano in due, come fosse un'anguria, me la rompono in due parti, nel senso che rompono le palle. Cioè, insomma, i francesi sono molto meno volgari e tutto il resto, e dicono rompersi la testa e non rompersi i coglioni, ma mi sa che come lo diciamo noi suona meglio, insomma.
giovedì 27 ottobre 2011
Non so, c'è questa cosa di Halloween
E per questa occasione sono stata invitata a vedere un film horror, andare a due feste, andare al cinema, andare in un locale, andare a dormire da M. con L. - sì, ora sono una popolare, cioè, spacco proprio. No -.
Credo opterò per l'ultima opzione.
Il fatto è che quando cresci di Halloween non sai più che fartene. Insomma, che ti travesti a fare? La cosa poi mi sembra pure patetica, però un po' mi manca.
Come quando, a nove anni, ho smesso di giocare assiduamente con Barbie e bambole e tutta quella roba là, però un po' mi mancava, ma un po' proprio non ci trovavo più niente di così meraviglioso.
Poi quando vedo il nonno che sorride in quel modo mi viene da piangere perché a me sorrisi del genere non li fa da anni, può darsi che io sia una persona che dà problemi, non so, ci sono certe persone che ad un certo punto smettono di guardarmi, di salutarmi, di parlarmi, così, in un modo che non capisco bene perché che cos'ho fatto quando l'ho fatto. Insomma, è una cosa brutta, mi sembra di avere delle allucinazioni, o di essere un'allucinazione, io stessa, un'allucinazione; meno male che c'è L., meno male che c'è lei, lei c'è sempre, Halloween c'è sempre ma dopo un po' diventa sbiadito, L. invece c'è sempre e non si sbiadisce mai, è sempre bella, nitida, bella, bella, i sorrisi del nonno ci sono, non per me, però ci sono e qualche volta faccio finta che siano per me, faccio anche finta che i cantanti scrivano le loro strofe per me, che i poeti inventino i loro versi pensando che un giorno li leggerò, che il sole sia lì a guardare me, solo me, faccio finta che sappia che qualche volta, un po' di calore, serve anche a me. Dentro e fuori e sulla pelle e fino in fondo al torace e nelle ossa.
Poi mi succede una cosa strana, perché ogni volta che comincio a leggere un libro nuovo prendo a scrivere come l'autore del libro in questione. Tipo che un po' mi sembra di fare periodi lunghissimi come Baricco, che è veramente geniale, veramente geniale. E quando comincerò un altro libro un po' della storia che leggerò mi si tatuerà sulla faccia e allora comincerò a scrivere in un altro modo, ma sarà solo una cosa leggera, leggerissima, che quasi non si nota. Non sarà sbiadita, o nitida, o bella, o sfuggente; ci sarà, sì, ecco, però così piccola che nessuno riuscirà a stringerla in un pugno.
Che poi ho sempre adorato il proverbio Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, non so, mi ha sempre caricata, mi ha sempre dato una scintilla di energia, mi è scorsa nelle vene come elettricità.
Ora ho sonno. Mio fratello non ha più i due incisivi davanti e se ne vanta un sacco. E, mh, c'è un po' di malinconia, oggi c'ho un po' di malinconia addosso, si vede che ce l'ho? Sì, si vede che ce l'ho.
Cherry
Credo opterò per l'ultima opzione.
Il fatto è che quando cresci di Halloween non sai più che fartene. Insomma, che ti travesti a fare? La cosa poi mi sembra pure patetica, però un po' mi manca.
Come quando, a nove anni, ho smesso di giocare assiduamente con Barbie e bambole e tutta quella roba là, però un po' mi mancava, ma un po' proprio non ci trovavo più niente di così meraviglioso.
Poi quando vedo il nonno che sorride in quel modo mi viene da piangere perché a me sorrisi del genere non li fa da anni, può darsi che io sia una persona che dà problemi, non so, ci sono certe persone che ad un certo punto smettono di guardarmi, di salutarmi, di parlarmi, così, in un modo che non capisco bene perché che cos'ho fatto quando l'ho fatto. Insomma, è una cosa brutta, mi sembra di avere delle allucinazioni, o di essere un'allucinazione, io stessa, un'allucinazione; meno male che c'è L., meno male che c'è lei, lei c'è sempre, Halloween c'è sempre ma dopo un po' diventa sbiadito, L. invece c'è sempre e non si sbiadisce mai, è sempre bella, nitida, bella, bella, i sorrisi del nonno ci sono, non per me, però ci sono e qualche volta faccio finta che siano per me, faccio anche finta che i cantanti scrivano le loro strofe per me, che i poeti inventino i loro versi pensando che un giorno li leggerò, che il sole sia lì a guardare me, solo me, faccio finta che sappia che qualche volta, un po' di calore, serve anche a me. Dentro e fuori e sulla pelle e fino in fondo al torace e nelle ossa.
Poi mi succede una cosa strana, perché ogni volta che comincio a leggere un libro nuovo prendo a scrivere come l'autore del libro in questione. Tipo che un po' mi sembra di fare periodi lunghissimi come Baricco, che è veramente geniale, veramente geniale. E quando comincerò un altro libro un po' della storia che leggerò mi si tatuerà sulla faccia e allora comincerò a scrivere in un altro modo, ma sarà solo una cosa leggera, leggerissima, che quasi non si nota. Non sarà sbiadita, o nitida, o bella, o sfuggente; ci sarà, sì, ecco, però così piccola che nessuno riuscirà a stringerla in un pugno.
Che poi ho sempre adorato il proverbio Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, non so, mi ha sempre caricata, mi ha sempre dato una scintilla di energia, mi è scorsa nelle vene come elettricità.
Ora ho sonno. Mio fratello non ha più i due incisivi davanti e se ne vanta un sacco. E, mh, c'è un po' di malinconia, oggi c'ho un po' di malinconia addosso, si vede che ce l'ho? Sì, si vede che ce l'ho.
Cherry
martedì 25 ottobre 2011
Today is gonna be the day
No, non c'entra niente il titolo. Però una canzone degli Oasis comincia così.
E niente, quella di oggi è stata praticamente la prima vera giornata piovosa della stagione. Le uniche due cose belle della giornata sono state: Oceano mare, prestatomi dal ragazzo di Fede S. E la vista di A., in metropolitana. In realtà l'ho visto appena, proprio di sfuggita, ma l'ho riconosciuto. Eravamo appena dopo i tornelli, e lui stava scendendo a prendere la metro. Però non ho detto di questa cosa a nessuno, perché volevo che restasse un piccolo nostro segreto, solo mio e di A. Come se lui fosse venuto apposta per me, e mi avesse vista, e mi stesse guardando - in effetti si è girato appena mi sono voltata verso di lui.
Poi la giornata ha avuto un brutto picco di discesa (esiste, come espressione?), con le prime due ore di verifica di italiano e la quarta ora test di vocaboli con la madrelingua di francese. E sembra che oggi arrivino tutti in ritardo, compresa la metro. Quasi il mondo girasse troppo in fretta perché la gente riuscisse a tenere il suo passo.
Per finire, la giornata ha toccato il fondo con l'inizio dell'ora di educazione fisica; l'attraversata del cortile, tutto fangoso e viscido, con la pioggia sulla testa, non ha sicuramente migliorato le cose.
E quando sono arrivata a casa mi sono sentita incredibilmente vuota, e pensavo e ripensavo a Kilian. E quasi mi veniva da piangere, perché le cose belle o non le vedo bene come dovrei, o me le faccio sfuggire per sbaglio, o scivolano via e basta, in silenzio, in quel modo per cui tu non potrai mai fare niente.
E forse, se è destino, le cose belle mi rimbalzeranno addosso un'altra volta e a quel punto non dovrò più farmele scappare.
Cherry
E niente, quella di oggi è stata praticamente la prima vera giornata piovosa della stagione. Le uniche due cose belle della giornata sono state: Oceano mare, prestatomi dal ragazzo di Fede S. E la vista di A., in metropolitana. In realtà l'ho visto appena, proprio di sfuggita, ma l'ho riconosciuto. Eravamo appena dopo i tornelli, e lui stava scendendo a prendere la metro. Però non ho detto di questa cosa a nessuno, perché volevo che restasse un piccolo nostro segreto, solo mio e di A. Come se lui fosse venuto apposta per me, e mi avesse vista, e mi stesse guardando - in effetti si è girato appena mi sono voltata verso di lui.
Poi la giornata ha avuto un brutto picco di discesa (esiste, come espressione?), con le prime due ore di verifica di italiano e la quarta ora test di vocaboli con la madrelingua di francese. E sembra che oggi arrivino tutti in ritardo, compresa la metro. Quasi il mondo girasse troppo in fretta perché la gente riuscisse a tenere il suo passo.
Per finire, la giornata ha toccato il fondo con l'inizio dell'ora di educazione fisica; l'attraversata del cortile, tutto fangoso e viscido, con la pioggia sulla testa, non ha sicuramente migliorato le cose.
E quando sono arrivata a casa mi sono sentita incredibilmente vuota, e pensavo e ripensavo a Kilian. E quasi mi veniva da piangere, perché le cose belle o non le vedo bene come dovrei, o me le faccio sfuggire per sbaglio, o scivolano via e basta, in silenzio, in quel modo per cui tu non potrai mai fare niente.
E forse, se è destino, le cose belle mi rimbalzeranno addosso un'altra volta e a quel punto non dovrò più farmele scappare.
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giovedì 20 ottobre 2011
Qual'è il tuo sogno più grande?
C'era questo tema da fare in classe, in seconda media, che aveva una traccia simile. Io avevo scritto che la cosa che più desideravo era la fine delle guerre nel mondo, e altre menate del genere.
Insomma, ragazzi, parliamoci chiaro: la gente è troppo egoista per desiderare con ardore una cosa del genere. Per considerarlo il suo più grande desiderio. Siamo fottuti ed egoisti, è questo il punto.
Perché okay, la pace del mondo sarebbe carino averla, eh, su questo non si discute. Si porrebbe fine a un sacco di problemi. Ci sarebbe più serenità e molti sarebbero felici. Ma a noi le cose non cambierebbero. Festeggeremmo, d'accordo; e poi?
Perché detto francamente, la guerra non è una cosa che riguarda noi. Parlo del mondo occidentale; le guerre hanno fatto tragedie qui, certo, ma molto tempo fa. E' una situazione passata, che non ci tocca più. Potete continuare coi vostri discorsi ipocriti e darmi della senza cuore e quello che volete, ma i fatti non cambiano.
I giornali e la televisione parlano tanto di guerre civili, carneficine, spari, battaglie, caduti in guerra, morti, dolore e sofferenza. Poi ci guardiamo attorno e ci chiediamo: ma dove sta tutta questa merda? E ne siamo impauriti e preoccupati, ma sappiamo di essere al sicuro. Relativamente felici e soddisfatti, e per un momento pensiamo di essere realmente fortunati. Poi, torniamo alla nostra vita, con il sole nel cielo e gli alberi che sorridono; senza polvere da sparo ad impregnare l'aria e botti che non ci fanno dormire e l'odore del sangue.
Quindi, ecco, il fatto è che questa cosiddetta "pace nel mondo", è qualcosa di tanto utopico ed astratto da non essere nemmeno realmente preso in considerazione. Perché non ci sarà mai, per quanto ne so. Perché, beh, noi abbiamo problemi "più importanti". Okay, non c'è niente di più importante ed urgente che mettere fine alle guerre; ma per noi, qui, potrebbe essere forse un grande problema arrivare alla fine del mese, magari; studiare per l'esame finale; fare bella figura con un ragazzo che ci piace. Per il resto, siamo sospesi in una bolla, e quello che sta al di fuori di questa non ci riguarda poi tanto.
Sarebbe bello se cominciassimo a muovere il culo e darci da fare. Per sfamare le milioni di persone che muoiono di fame e dare un'istruzione ai bambini poveri; non lo farà praticamente nessuno, però, perché non siamo noi quelli messi in queste brutte situazioni, e non arriviamo a capire l'importanza di un aiuto concreto.
Ora, non so se sono riuscita veramente a dire quello che penso. Cioè, lo spero. E spero anche che nessuno possa fraintendere o roba del genere; ricordatevi che ho il cervello in pappa e che in questo momento sono relativamente capace di esprimermi.
Detto ciò, mi dileguo;
Cherry
P.s. Aggiornerei quotidianamente solo se le giornate fossero composte da almeno 32 ore. Ho sempre così tante cose da fare!
Insomma, ragazzi, parliamoci chiaro: la gente è troppo egoista per desiderare con ardore una cosa del genere. Per considerarlo il suo più grande desiderio. Siamo fottuti ed egoisti, è questo il punto.
Perché okay, la pace del mondo sarebbe carino averla, eh, su questo non si discute. Si porrebbe fine a un sacco di problemi. Ci sarebbe più serenità e molti sarebbero felici. Ma a noi le cose non cambierebbero. Festeggeremmo, d'accordo; e poi?
Perché detto francamente, la guerra non è una cosa che riguarda noi. Parlo del mondo occidentale; le guerre hanno fatto tragedie qui, certo, ma molto tempo fa. E' una situazione passata, che non ci tocca più. Potete continuare coi vostri discorsi ipocriti e darmi della senza cuore e quello che volete, ma i fatti non cambiano.
I giornali e la televisione parlano tanto di guerre civili, carneficine, spari, battaglie, caduti in guerra, morti, dolore e sofferenza. Poi ci guardiamo attorno e ci chiediamo: ma dove sta tutta questa merda? E ne siamo impauriti e preoccupati, ma sappiamo di essere al sicuro. Relativamente felici e soddisfatti, e per un momento pensiamo di essere realmente fortunati. Poi, torniamo alla nostra vita, con il sole nel cielo e gli alberi che sorridono; senza polvere da sparo ad impregnare l'aria e botti che non ci fanno dormire e l'odore del sangue.
Quindi, ecco, il fatto è che questa cosiddetta "pace nel mondo", è qualcosa di tanto utopico ed astratto da non essere nemmeno realmente preso in considerazione. Perché non ci sarà mai, per quanto ne so. Perché, beh, noi abbiamo problemi "più importanti". Okay, non c'è niente di più importante ed urgente che mettere fine alle guerre; ma per noi, qui, potrebbe essere forse un grande problema arrivare alla fine del mese, magari; studiare per l'esame finale; fare bella figura con un ragazzo che ci piace. Per il resto, siamo sospesi in una bolla, e quello che sta al di fuori di questa non ci riguarda poi tanto.
Sarebbe bello se cominciassimo a muovere il culo e darci da fare. Per sfamare le milioni di persone che muoiono di fame e dare un'istruzione ai bambini poveri; non lo farà praticamente nessuno, però, perché non siamo noi quelli messi in queste brutte situazioni, e non arriviamo a capire l'importanza di un aiuto concreto.
Ora, non so se sono riuscita veramente a dire quello che penso. Cioè, lo spero. E spero anche che nessuno possa fraintendere o roba del genere; ricordatevi che ho il cervello in pappa e che in questo momento sono relativamente capace di esprimermi.
Detto ciò, mi dileguo;
Cherry
P.s. Aggiornerei quotidianamente solo se le giornate fossero composte da almeno 32 ore. Ho sempre così tante cose da fare!
martedì 18 ottobre 2011
Caaaazzo!
Paul McCartney in concerto a Milano.
I'm gonna be there.
E gli altri, che si fottano.
Caaaazzo!
I'm gonna be there.
E gli altri, che si fottano.
Caaaazzo!
sabato 1 ottobre 2011
Storia di come nasce una storia. E anche quella di come non nasce.
Mio padre mi ha raccontato che, un giorno, quando era all'università, stava passeggiando. Camminava - era una pausa dallo studio -, e si ripeteva mentalmente la lezione che aveva studiato, dato che ci sarebbe stato l'esame a giorni.
Però, mentre camminava, non si era accorto della presenza di un tombino. Così cadde nel tombino, ma poco prima di precipitare sul fondo - era un tombino profondo -, riuscì a bloccare la sua caduta con le braccia. Quindi le ha spalancate e non è scivolato di sotto.
Ordunque, seguite un attimo il mio ragionamento.
Se mio padre fosse caduto, si sarebbe rotto le gambe. I miei nonni avrebbero dovuto pagare la visita dal medico e le operazioni mediche con quei soldi che sarebbero serviti per l'univesità. Quindi mio padre avrebbe smesso di fare medicina. Se avesse smesso, non avrebbe avuto l'opportunità di andare a Parigi a seguire un corso di medicina, e medicina veterinaria. Non avrebbe incontrato mia madre, che era andata a Parigi a seguire lo stesso corso (medicina veterinaria). Non sarebbero usciti insieme, non si sarebbero sposati. Non sarei nata io. E nemmeno i miei fratelli, sarebbero nati.
Questo blog non esisterebbe; non sarei mai esistita. Oppure sarei esistita come altra persona. La mia squadra di pallavolo avrebbe avuto un altro capitano. Il prof di mate prenderebbe di mira qualcun altro, che magari non saprebbe rispondere alle domande e sarebbe nella merda. Al test d'ammissione per il mio liceo, non essendo io esistita, si sarebbe liberato un posto. L. avrebbe preso quel posto, pur non avendomi mai conosciuta. Sarebbe stata nella stessa classe di Fede S., non avrebbe conosciuto Ivan, e probabilmente non avrebbe un ragazzo e sarebbe ancora a disperarsi. Non avrebbe conosciuto gli altri, che sono persone meravigliose.
E qui non ci sarebbe nessuno a rompervi le palle, detto in poche parole.
Insomma, non è qualcosa di straordinario? E' tutto collegato. Chissà se c'è qualcuno che congiunge le vite, le storie, i fatti. Come quando uniamo i punti, quelli numerati che ci sono nei giornaletti, e formiamo un grande disegno. Forse la posizione dei puntini sta cambiando, o muta inconsapevolmente, e continuamente. E nessuno se ne accorge.
Una volta, poi ho sentito questa frase: Ogni scelta che facciamo, ogni strada che imbocchiamo, è quella giusta.
Non riesco a far altro che restarne affascinata.
Cherry
Però, mentre camminava, non si era accorto della presenza di un tombino. Così cadde nel tombino, ma poco prima di precipitare sul fondo - era un tombino profondo -, riuscì a bloccare la sua caduta con le braccia. Quindi le ha spalancate e non è scivolato di sotto.
Ordunque, seguite un attimo il mio ragionamento.
Se mio padre fosse caduto, si sarebbe rotto le gambe. I miei nonni avrebbero dovuto pagare la visita dal medico e le operazioni mediche con quei soldi che sarebbero serviti per l'univesità. Quindi mio padre avrebbe smesso di fare medicina. Se avesse smesso, non avrebbe avuto l'opportunità di andare a Parigi a seguire un corso di medicina, e medicina veterinaria. Non avrebbe incontrato mia madre, che era andata a Parigi a seguire lo stesso corso (medicina veterinaria). Non sarebbero usciti insieme, non si sarebbero sposati. Non sarei nata io. E nemmeno i miei fratelli, sarebbero nati.
Questo blog non esisterebbe; non sarei mai esistita. Oppure sarei esistita come altra persona. La mia squadra di pallavolo avrebbe avuto un altro capitano. Il prof di mate prenderebbe di mira qualcun altro, che magari non saprebbe rispondere alle domande e sarebbe nella merda. Al test d'ammissione per il mio liceo, non essendo io esistita, si sarebbe liberato un posto. L. avrebbe preso quel posto, pur non avendomi mai conosciuta. Sarebbe stata nella stessa classe di Fede S., non avrebbe conosciuto Ivan, e probabilmente non avrebbe un ragazzo e sarebbe ancora a disperarsi. Non avrebbe conosciuto gli altri, che sono persone meravigliose.
E qui non ci sarebbe nessuno a rompervi le palle, detto in poche parole.
Insomma, non è qualcosa di straordinario? E' tutto collegato. Chissà se c'è qualcuno che congiunge le vite, le storie, i fatti. Come quando uniamo i punti, quelli numerati che ci sono nei giornaletti, e formiamo un grande disegno. Forse la posizione dei puntini sta cambiando, o muta inconsapevolmente, e continuamente. E nessuno se ne accorge.
Una volta, poi ho sentito questa frase: Ogni scelta che facciamo, ogni strada che imbocchiamo, è quella giusta.
Non riesco a far altro che restarne affascinata.
Cherry
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