mercoledì 13 febbraio 2013

One of these days.

Scrivo per non perdermi: ecco perché tengo un blog.
Sono una che si perde spesso, sapete; nei libri, nelle strade – il mio senso dell’orientamento è uguale a zero –, nei pensieri, nei bicchieri d'acqua. E' così che si dice, no? Perdersi in un bicchier d'acqua. Tornare a galla è difficile.
Perdo anche le cose, se per questo. Perdo gli amici, i ricordi, gli occhiali, le collane, la testa. Certe volte perdo il ritmo; certe volte, la cognizione del tempo, il filo del discorso. Solo in quest’ultimo anno ho perso la carta d’identità, una macchina fotografica, un ombrello, il libretto scolastico dei voti, 4 anelli – dimenticati sulle panchine, sui lavandini, a Parigi –, un mucchio di occasioni e chissà quante altre cose che non mi vengono in mente. Ecco, con quelle, con le occasioni - prendere o lasciare? - non c’azzecco mai; me le lascio scivolare sotto agli occhi, e me ne accorgo quando è già tardi.
Ho perso delle persone, bam, ora ci sono, ora non più.
Questione di attimi. Non li ritrovo mai, questi attimi – quelli in cui le cose si perdono –. Ci avete mai fatto caso? Non sappiamo quasi mai il momento preciso in cui perdiamo le cose, perché ci rendiamo conto dei fatti solo nel momento in cui le cerchiamo. Oppure, tipo con le persone, accade così in fretta o così lentamente che non ce ne rendiamo neanche conto.Ecco perché tengo un blog: scrivo per non perdermi.Scrivo qui perché non voglio perdere me stessa, perché non voglio perdermi le mie tappe, il mio essere me, i miei anni – dovrebbero essere o no i migliori? – 
La mia trasformazione, ecco; so benissimo che sta succedendo qualcosa, qui dentro. Un giorno saprò ritrovare la vecchia me, e quante risate che mi farò. Sarò faccia a faccia con la giovanissima, inesperta me, quella con la fissa per la musica rock, i jeans, le scarpe di tela e le parole. Mi vedrò in uno specchio che mi porterà indietro nel tempo, proprio così.
Gli adulti non si rendono conto, di come sia essere adolescenti. Eppure lo sono stati anche loro. Non si ricordano, ecco, oppure non vogliono nemmeno provarci.Io non sarò così: io registrerò qua dentro e negli altri quaderni i miei pensieri, le mie riflessioni, le mie giornate, i miei batticuori, le mie esperienze, la mia crescita, i cambiamenti del mio corpo. Alla fine è questo, che faccio: dipingo me stessa da tutte le prospettive possibili, in modo che, da adulta, io possa capire. Non mi sarò scordata di come stanno le cose, io. Nel momento in cui dovrò parlare coi miei figli, saprò cosa dire, checcavolo. 
Mi piacerebbe, ora, poter ricordarmi come funzionava il mio cervello a, che ne so, 6 o 7 anni. So com’ero fatta fuori, ma dentro no. Ho qualche ricordo indistinto, ecco, che non so più bene se sia reale o un sogno o provenga da una foto, da un film o da un racconto sentito da qualche parte o magari letto. Come facciamo a classificare i nostri ricordi? Come facciamo a sapere se la memoria non ci fa brutti scherzi? Magari ci viene in mente una cosa che, saremmo pronti a giurarlo, è successa proprio quel dato giorno di quel dato anno. Ma se nessuno l’ha filmato o scritto da qualche parte, come facciamo ad esserne sicuri? Spesso, realtà e fantasia si mescolano e reinterpretano a loro piacimento il nostro passato. Mi capita di continuo.
Ecco perché scrivo un blog: mi aggrappo a me stessa per non perdermi.
Queste pagine virtuali e quelle cartacee nascoste nei cassetti saranno le mie fotografie migliori, perché mi ritrarranno da dentro. Spero solo venga un bel collage, e che i colori non sbiadiscano, se capite cosa intendo.

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