venerdì 31 maggio 2013

mercoledì 22 maggio 2013

"La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d'arrestare,

di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi stessi più siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi del tutto. E le forme in cui cerchiamo d'arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gl'ideali a cui vorremmo serbarci coerenti e fedeli, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro di noi, in ciò che comunemente chiamiamo anima e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, per comporci una coscienza, per costruirci una personalità. E in certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate, in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto."
(Pirandello, "Umorismo")

La genialità, signori.

martedì 30 aprile 2013

"Se ti tagliassero a pezzetti" (F. De Andrè)

Ti ho trovata lungo il fiume 
che suonavi una foglia di fiore 
che cantavi parole leggere, parole d'amore 
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso 
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso. 

Rosa gialla rosa di rame 
mai ballato così a lungo 
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno 
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino 
alla fine siamo caduti sopra il fieno. 

Persa per molto persa per poco 
presa sul serio presa per gioco 
non c'è stato molto da dire o da pensare 
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera 
spettinata da tutti i venti della sera. 

E adesso aspetterò domani 
per avere nostalgia 
signora libertà signorina fantasia 
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza 
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza. 

T'ho incrociata alla stazione 
che inseguivi il tuo profumo 
presa in trappola da un tailleur grigio fumo 
i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino 
camminavi fianco a fianco al tuo assassino. 

Ricapitoliamo:

Questo è stato l'inverno del profumo d'incenso sparso per la camera, delle lunghe riflessioni solitarie, delle infinite docce calde, delle spremute d'arancia, delle uscite al sabato sera fino a quando le lenti a contatto si seccano. L'inverno delle bibite alcoliche, delle eterne giornate piovose, dei baci mai dati, degli aperitivi, del molto studio, delle cartelle pesanti, dei talloni ruvidi (come quelli di mia madre), di fratelli adolescenti chiusi nelle proprie camere e nelle proprie vite, dei parenti invecchiati, dei libri divorati, dei balli sotto la neve, dei tiri di sigaretta e di erba sotto gli ombrelli e sui portoni delle case, delle passeggiate notturne.
E' stato l'inverno dei pomeriggi in biblioteca, dei nove in filosofia, dei sogni bizzarri, del torpore del freddo, degli anfibi neri. L'inverno del cibo cinese, di uno scambio a Parigi e dei piedi ghiacciati, di Jane Austen e di Prévert, della passione per il cinema, della pallavolo coi controcoglioni, delle sere silenziose. L'inverno della prima volta in discoteca, del primo diciottesimo festeggiato in un locale - tutti tirati a lucido e cosa ti metti e cosa non ti metti, e che cosa le regaliamo eccetera eccetera -.


Questo è stato l'inizio di una timida primavera struggente; è stato un inizio primaverile di un dolore nascosto da troppo tempo, di un attacco di panico nel bagno della scuola - il nero e il bianco delle piastrelle, i giramenti di testa, il formicolio alle mani e ai piedi, le gambe molli, il senso di terrore e oppressione, io che camminavo avanti e indietro e mantieni la calma, mantieni la calma, io che non riuscivo a mantenere la calma -. E' stata la rimessa in discussione di quel presunto autocontrollo che credevo di avere, è stata l'inizio della fine e la fine dell'inizio, è stato lacrime e sofferenza, è stato disperazione traboccante, è stato testardaggine e forza d'animo, è stato coraggio e razionalità, è stato silenzio e rumore. C'è stata quel paio di volte che ne ho parlato col prof d'italiano, e lui che aveva quegli occhi dolci e mi diceva fatti forza, bisogna avere pazienza, e io che gli dicevo "credevo che crescendo sarebbe passata" e lui che rispondeva "mentre cresci sei fragile, non pensare di essere già arrivata a destinazione", e io che capivo che davvero bisogna usare un gerundio perché dentro di me ci sono ancora i lavori in corso, e probabilmente non finiranno prima di un lungo periodo. Io che credevo di poter avere sotto controllo la situazione e invece non era così; io tormentata da un senso d'impotenza e da una paura che mi striscia ancora sotto la pelle, paura di me stessa e di quello che non riesco a fare, e paura dei ricordi di quella domenica di giugno di cui non ho parlato mai con nessuno a parte che col prof e con Fede S. e che mi sono tenuta dentro per tanto di quel tempo da farmi marcire il cervello; e lui che mi dice "abbiamo tutti una parte cattiva che dobbiamo imparare ad accettare, crescere è proprio questo". E in effetti mi rendo conto che è vero.
L'inizio di una primavera con una me più fragile e spenta e paurosa, ma che vuole imparare ad affrontare le cose nel modo giusto, e costruirsi un guscio più forte e inviolabile di prima, perché ormai ho detto delle cose che ripensandoci non avrei dovuto dire, ma che ormai non posso più rimangiarmi.
Poi è cambiato: è andato meglio, questo inizio di primavera. Sono arrivati i corrispondenti francesi ed è stato uno spasso, noi che li portavamo in giro per le strade di Milano, a comprare gelati e fare fotografie e girare per negozi coi piedi stanchi. Li abbiamo portati in discoteca, e quella è stata la mia seconda volta, e ancora una volta ho capito di non essere il tipo, ma ho ballato molto lo stesso e mi sono divertita. Coi francesi sono arrivati anche i gossip e gli inciuci e le cotte, i segreti rivelati a mezza voce e le risate grasse dei nostri amici parigini. Li abbiamo portati a mangiar fuori la sera, qualche volta, e la settimana dal 7 al 14 aprile è volata così.
Poi le ultime settimane d'aprile sono andate trascinandosi in maniera bizzarra e un po' malinconica, con questa pioggia perenne e gli sbalzi d'umore del cielo che qualche volta ci regala un poco di sole. 

Mi sto facendo il culo, quest'anno, e per questo sarà il mio anno: ho addirittura avuto un 8 in italiano, nell'interrogazione! Roba che non riesco quasi a crederci tutt'ora. Roba che ne parlavano tutti i genitori, alla riunione di classe; e ho lasciato il prof a bocca aperta, con tutta la valanga di roba e riflessioni personali e menate varie, e finalmente mi ha mollato più di 7, dopo 3 anni che mi faceva penare. E negli ultimi due temi ho avuto 7 e mezzo, altro che il 7+ del primo quadrimestre: queste sì che sono soddisfazioni.
A parte il fatto che questo tempo scuro mi sta scartavetrando i coglioni e non vedo l'ora che sia primavera per davvero, le cose scorrono come al solito, ma più veloce di sempre: manca appena un mese alla fine della scuola! Mangio fragole col gelato alla panna e mi metto la mitica giacca di jeans e spero che il ritorno del bel tempo mi faccia ritornare carica come una volta. Credo di aver bisogno di staccare un attimo.
In questo mese di assenza dal blog ho scritto poesie e racconti e ascoltato Fabrizio de Andrè; ho letto Cent'anni di solitudine e altri libri, ho trovato il mio scrittore preferito: Gabriel Garcìa Marquez, il mio film preferito: V per Vendetta, e già per me è tanto, perché sono la classica tipa che ha un sacco di artisti che le piacciono e non riesce mai a decidere. In effetti, ripensandoci, non sono sicura siano i miei preferiti...
Ho comprato i biglietti per il concerto di ottobre dei Nickelback (ci vado con Fede S.), ho dormito a casa di L. con M., ho preso un mucchio di bei voti, mi sono iscritta ad un concorso letterario, ho rivisto persone che non vedevo da secoli, ho riso e pianto un mondo, ho ricevuto complimenti dal mio allenatore, ho scoperto dei cereali buonissimi che mangio tutti i giorni col latte freddo.
Ho scoperto i Bastille e gli You and Me at Six.

Coseacaso.

Tornavo a casa da scuola, oggi, e mentre camminavo per le vie del quartiere ho sentito odore di prato tagliato e mi sono venuti in mente gli anni della scuola elementare, quando coi miei compagni di classe uscivamo in cortile, dopo pranzo, e spaccavamo le pigne contro il cemento per mangiarci i pinoli che c'erano dentro. Ci rimaneva la resina incollata alle dita.
Allora ho pensato che ad ogni fetta di vita corrisponde un profumo, o un odore, o una sensazione (ma quelle sono più difficili da descrivere, ti scivolano dalle mani e non riesci a capire da dove arrivino perché ti restano sotto la pelle per troppo poco tempo).
C'erano le caramelle alla violetta che profumavano di dolce, quelle che la zia mi portava dalla montagna in barattoli di vetro: me le infilavo in bocca a manciate perché non resistevo alla tentazione di sentirle sciogliersi sotto la lingua.
C'era il profumo del glicine che ancora adesso penzola, gonfio di fiori, dai cancelli di casa mia: il glicine fiorisce due volte l'anno e sa di primavera e mi ricorda di quando giocavo con mio fratello in giardino. Rincorrevamo lucertole, raccoglievamo margherite e chiudevamo lombrichi in scatole di cartone.
C'era l'odore un po' aspro di mio padre, quando in estate se ne andava in giro per casa con la canottiera bianca da muratore e mi prendeva in braccio. Ero ancora tanto piccola da potermi raggomitolare sotto le sue ascelle.

C'era l'odore di segatura in quel periodo in cui casa nostra era abitata da roditori e pesciolini di ogni tipo. Io li portavo a casa e li amavo tutti d'un amore infantile, ma mi faceva paura quella loro irrequietezza e l'inquietudine che c'avevano negli occhietti neri e sempre spalancati. Quando è morto l'ultimo porcellino d'India mi sono sentita così in colpa e allo stesso tempo libera di uno strano disagio che m'è venuta la pelle d'oca per quanto credevo di essere crudele, e non ho mai più chiesto di avere in casa un altro animaletto da compagnia. Io, che volevo fare la veterinaria e mettere su una fattoria.
C'era il profumo che sapeva di buono delle mani di mio nonno, quando, dopo scuola, lui si prendeva cura di me e mi lavava le mani e mi diceva di non aver paura dell'acqua. Mani morbide e grandissime, rugose come pelle di tartaruga e venate di blu.
C'era l'odore di gomma da masticare rosa, di quelle arrotolate come spirali gommose. Io e la mia vicina - con cui ero amica ancora prima che nascesse, quasi - le mangiavamo sotto il suo portico alla fine di un'estate arancione di millenni fa, e c'erano queste carte dei Pokémon sulle mattonelle e una sedia a dondolo imbottita.

Di sensazioni ora mi vengono in mente quella del pelo del mio criceto Gimmi, quella del borotalco con cui mia madre cospargeva me e mio fratello, nudi, dopo che ci aveva fatto il bagno: c'erano le mani di mia mamma un po' ruvide come lo sono ora che facevano su e giù sui nostri corpicini a spalmare quella farina leggera, e c'era il caldo confortante di una stufetta elettrica che ronzava e aveva una lucina rossa - dio, devo aver avuto tre anni o giù di lì -.
C'è la sensazione delle dita di mio nonno paterno, in un salone tradizionale marocchino, tra i miei capelli; quei polpastrelli che erano gli stessi della zia e di mio padre sulla mia testa, in momenti diversi, e quel modo di muoversi e massaggiare tipico di una stirpe che a pensarci fa quasi impressione.
C'è la sensazione di farfalle allo stomaco e baci tremanti scambiati al buio, dietro le porte, e di corse sfrenate per i corridoi.
C'è la sensazione di due mani di bambino strette al mio collo, e la mia voglia di piangere.
C'è la sensazione di annegare di quella volta che eravamo andati al sud e avevo voluto a tutti i costi fare il bagno in una piscina naturale scavata dalle onde nelle scogliere, e il sapore di sale che mi era rimasto in bocca per tutta l'acqua che m'era entrata nel naso e nei polmoni. Poi una tizia mi aveva offerto uno di quei cracker ovali, me lo ricordo ancora.


Il punto è che nessuno può testimoniare che le sensazioni che provi e ti tornano addosso o i profumi e gli odori che ti rimangono nel naso siano veri, e tutto ciò ti lascia allora il dubbio che la cosa sia successa davvero o sia soltanto frutto della tua immaginazione, e capisci che non riuscirai ad uscirne, perché sono cose così intime e personali che fai pure fatica a spiegarle a te stessa.

martedì 12 marzo 2013

Cara musica,

grazie.
Sei l'unica che ho voglia di ascoltare nei momenti più bui, quando la sola cosa che mi piacerebbe fare sarebbe chiudermi in un cassetto e non uscire più per un bel po'.
Grazie perché ci sei sempre stata, ecco - che roba smielata, ma giuro che è così -. Ci sei quando, ogni estate, devo sopportare due ore e mezzo di macchina per arrivare al mare, coi fratelli che si menano e urlano e tutto il resto; con le strade che fanno le curve e mi vien la nausea; con il profumo fresco di spiaggia e sole che è sempre quello da sempre, e che per questo ho imparato a riconoscere e amare. Come tornare indietro, ogni volta.
Ci sei quando prenderei a cazzotti il mondo, e quando non trovo le forze. Ci sei nei bei momenti e in quelli meno belli; ci sei dopo una giornata pesante o un allenamento sfiancante quando crollo coi muscoli a pezzi. Ci sei negli interminabili viaggi di andata e ritorno da scuola. Ci sei quando mio padre accende lo stereo, qualche volta, la sera, e ti sentiamo volteggiare in tutta la casa.
Musica cara, sei un po' come un'amica. Mi hai fatto commuovere e pensare, ma anche ridere e sognare. Mi piaci perché spesso racconti storie, e, a me, le storie piacciono da impazzire.
Ci sei quando, prima di una partita, mi carichi e mi dai energia. Ci sei quando non c'è nessun altro, e siamo solo io e te. Ci sei quando la casa è vuota e mi metto a ballare con le gonne lunghe rubate nell'armadio di mia madre. Ci sei quando piove e mi rifugio sotto le coperte ad ascoltare il rumore delle gocce d'acqua sui vetri.
Sei la compagna di viaggio perfetta, perché mi cammini a fianco senza stancarti o lamentarti, perché rispetti i miei silenzi e le mie lacrime, e non fai domande inutili. Che viaggio, dici? Il mio viaggio, cara musica; quello che inizio ogni mattina e che sembra non finire mai, perché ogni giorno è una nuova tappa (ci sei anche quando non ho voglia di affrontarle, queste infinite tappe). Sei la mia colonna sonora, ed è bello perché mi cresci a fianco, e cambi col mio cambiare. Ti evolvi con me, i miei gusti e la mia personalità, ecco: io e te ci plasmiamo a vicenda, una sopra l'altra.
Ogni brano segna un periodo della mia brevissima vita, e tu hai la capacità di riportarmi un mucchio di ricordi e sensazioni alla mente. Grazie anche per questo, perché dimentichiamo troppo spesso momenti importanti. 
Ci sei alle feste, ai matrimoni, ai compleanni; perché tu, musica, fai allegre le persone. Le fai ballare, cantare e suonare, e le tieni insieme, da un'enormità di secoli! Sei un po' una colla per esseri umani - appiccichi anche i sorrisi sulla faccia della gente, qualche volta.
Ci sei quando, in Marocco, io e i miei cugini ci mettiamo sdraiati in terrazzo a guardare le stelle e ridiamo e parliamo a bassa voce.
E grazie perché riesci a spegnere, per un po', questo mondo caotico in cui vivo.

Ci sei quando mia madre fa la predica, e allora vedo solo le sue labbra che si muovono senza udire alcuna parola. E unisci persone diverse (e, soprattutto, rompi ghiacci e silenzi imbarazzanti "Ehm... che musica ascolti?" "Questa." "Oh, anch'io!" "Allora d'ora in poi saremo bff forevah").
Ci sei quando fa buio e torno a casa a piedi, col freddo, e riesci a confortarmi.
E poi sei davvero meravigliosa, perché certe volte sei l'unica a farmi dediche (I could lie awake just to hear you breathing (...) And I just wanna stay with you*) o complimenti (You look so beautiful today...**)! Cazzo, grazie.

Mi hai salvata,
una tua ammiratrice.

* "I don't wanna miss a thing", Aerosmith.
** "I can wait forever", Simple Plan.