mercoledì 24 agosto 2011

Di una e più avventure

D'accordo, cominciamo dall'inizio.
Ora non ricordo con precisione a che ora mi sono svegliata. Solo che ero tutta eccitata e fuori ancora c'era buio e faceva fresco - non era ancora arrivata l'afa di questi ultimi periodi - e sono uscita con una felpa grigia. I genitori di G. hanno accompagnato me e mia madre all'aereoporto. Solo a prendere la valigia crudelmente rifilatomi da mia madre, mi sembrava che mi si stesse staccando un braccio. E aveva solo due ruote e per tirarla dopo piegare la schiena da un lato, ergo: dopo dieci metri m'ero già mezza rotta in due. Ho mollato i diciotto chili di valigia a mia madre e mi son tenuta lo zaino della Eastpak.
Arrivati dentro, ho scoperto di essere vestita uguale identica alla madre di Fede S.: jeans azzurri, canottiera nera e sopra quella un'altra arancio brillante. Le ho fatto notare la cosa. Mi sono chiesta se fossi io a vestirmi da quarantenne, o lei da quindicenne.
Ma comunque. Abbiamo trovato lì il nostro gruppo, e le due prof che ci avrebbero accompagnato. Le chiamerò una Balenottera - aveva un cognome del genere, comunque, e ad una balenottera c'assomiglia davvero - e l'altra Ricrescita Grigia, perchè aveva 'sti capelli giallo pipì, ma la radice grigio-bianca. Probabilmente entrambe in menopausa, tanto per darvi un'indicazione sull'età. Anche se Ricrescita Grigia, una volta, molto tempo dopo quel primo incontro, ha prestato un assorbente a G. Io e Fede S. diciamo che se li tiene in borsa giusto per far finta d'essere ancora giovane.
Caricati i bagagli, abbiamo fatto una pausa nella parte, come dire, interna dell'aereoporto, quella dove ci sono i sedili vicino ai vetri delle finestre per vedere gli aerei che atterrano e se ne vanno. Abbiamo fatto colazione, più una lunga fila al bagno femminile (eravamo ventotto ragazze e due ragazzi, fate un po' il conto. Considerando poi che le ragazze sostano al gabinetto un periodo incalcolabile, più pit-stop allo specchio per dare una sistemata a trucco e parrucco, beh, siamo messi da schifo).
Preso l'aereo, io stavo tra Ricrescita Grigia - che sfiga, ragazzi - e Fede S. Dietro di noi si stava invece svolgendo un'appasionata conversazione su peni invisibili e altri schifi del genere. Io e Fede S. eravamo abbastanza scosse.
Per G. era una delle prime volte in aereo e, dato che io c'ho fatto il callo, ormai, ogni tanto allungavo il collo per chiederle come se la passava. Non aveva un bel colorito, a dirla tutta.
Dopo un'ora e mezza e passa di viaggio in aereo, è la volta del tragitto in pullman. Una roba tremenda: cinque ore e mezza passate a guardare fuori dal finestrino, cambiare pigramente canzone, gente che faceva un casino della madonna e via discorrendo. Beh, credo sappiate cosa succede quando in un veicolo vengono messi a contatto più di trenta cristiani, con un'età media compresa tra i tredici ed i sedici. Non contando poi Balenottera e Ricrescita Grigia, che, in preda alle loro vampate di calore, erano più isteriche di un porcospino cieco (non so cosa c'entri, non me lo chiedete).
Allontanandosi dall'aereoporto di Londra, il paesaggio diventata sempre più verde, il numero di case diminuiva in modo direttamente proporzionale all'aumentare del numero di pecore. Ci sfilavano davanti file interminabili di campi, frutteti, orti e via discorrendo. Però tutto mi entusiasmava, sapete. E' un mondo completamente diverso dal nostro. Cioè, è tutto diverso dall'Italia (in modo positivo, ovviamente). Non smettevo mai di guardarmi intorno. Ora non riuscirei a descrivere ogni cosa, e sarebbe troppo lungo; posso dirvi però che tutto era incredibilmente bello e vivo e rigoglioso, pur essendo il cielo un po' grigio.
Probabilmente quel giorno - era un sabato - siamo andati a vedere *inserire qui un articolo determinativo a scelta* Stonehenge. Accidenti alla mia memoria. Comunque m'è piaciuto proprio; era uscito il sole e sono riuscita a scattare delle belle fotografie (tra l'altro la nuova videocamera/macchina fotografica nuova di zecca del compleanno, è durata solo per quel giorno. Poi è morta. Un gran peccato, dato che non ho più potuto fotografare niente! Ecco perché continuo a dire che la sfiga mi perseguita).
Riprendiamo il pullman. Sosta per mangiare e sgranchirsi le gambe.
Poi di ci fermiamo, ma a Bath. Abbiamo avuto due ore e più per fare un giro, da soli, dove volevamo e come volevamo. Ho comprato degli orecchini, i "cocchi". Però più grandi di quelli che ho già.
Man mano ci avviciniamo alla regione di Torbay, nel Devon. C'è una bella scritta bianca, che dice "The English Riviera" a darci il benvenuto. Ora si vedono più case, di quelle deliziose e tradizionali inglesi del periodo Vittoriano, e io non smettevo di dire che me ne sarei comprata una, ché erano troppo carine. Pian piano noi ragazzi cominciavamo a uscire dai nostri sonni - il viaggio ci aveva stremato -, e, sbattendo gli occhi rossi e strofinandoceli, si sono formati cori di "Ooh, che bello!". Quasi fossimo bambini nel Paese dei Balocchi.
Poi, arriva il Grande Momento: la conoscenza della propria famiglia. Quel Grande Momento di cui avevo rimandato il pensiero; a casa mi sembrava una cosa lontana, in aereo mi dicevo che c'era tempo, in pullman la stanchezza ci faceva sembrare il viaggio infinito e non ci si pensava. Però, eccoci lì, a Clennon Valley - questo era il nome del "parcheggio dei pullman", dove nei giorni seguenti saremmo andati più e più volte per prendere gli autobus e visitare tanti bei posti -, nella città di Paignton (su Google ci sono un sacco di fotografie, se volete).
Allora ecco, cominciano a chiamare i nomi delle coppie, che, tutte emozionate, scendono dal pullman e vanno a presentarsi alle famiglie.
C'era V., sempre della mia classe, che continuava a tremare come un pulcino bagnato, e diceva "Oddio, oddio, S.! Oddio, oddio, G.! Oddio, oddio Fede S.!" ed era tutta su di giri. Allora Fede S. diceva "Ma V., ma cosa ti preoccupi, maddai! Non è che ti mangiano" (non ci sta troppo simpatica, V.), e roba simile, in modo scocciato. Lei e G. hanno alzato gli occhi al cielo, e ho finto di mantenere il controllo, mentre invece mi sarei messa a saltellare sul sedile per quanto ero emozionata e nervosa! Ero esattamente come V., sinceramente. Quasi tremavo, vi giuro. Come quando il prof ha ridato la verifica di matematica e io ero preoccupata da matti e m'ha tenuta per ultima per consegnarmi il mio compito; battevo i piedi e mi tremavano le mani, perché l'attesa mi faceva agitare da morire.
Ecco, la stessa identica cosa.
Tra grandi saluti, chiacchiericci e risatine nervose in tutto il pullman, prima sono scese G. e V., e c'hanno salutate quasi andassero in guerra e non ci saremmo più viste. Poi, verso gli ultimi nomi, ecco i nostri. Io e Fede S. siamo saltate su come molle e siamo scese.
"Secondo me ci sarà solo una persona. O magari la signora e il marito", avevo detto qualche ora prima a Fede S. E lei mi aveva detto che no, secondo lei ci sarebbero stati tutti e quattro (ai tempi ancora non sapevamo cosa ci avrebbe aspettate).
Beh, alla fine avevo ragione io. C'era solo la signora, una tipa coi capelli biando chiaro e corti, sulla sessantina, enorme. Sembrava in pigiama, con la maglietta pure un po' sporca e i pantaloni bianchi macchiati. Era venuta in pantofole, di quelle di plastica, avete presente? Quella sera l'abbiamo soprannominata Big Foot, per via dei suoi piedi, enormi come lei, sempre nudi e sotto i nostri sguardi sconcertati - non erano certo ben curati. Quel giorno abbiamo scoperto che gli inglesi non sono affatto dei campioni, nel campo igiene (ma questo era stato già detto alla riunione sul viaggio, quando aveva parlato Ricrescita Grigia).
Ebbene. Ci siamo presentate, qualche chiacchiera, oh, nice to meet you, how are you, girls, did you have a nice journey?, ecc. ecc. Così abbiamo parlato tantissimo, per tutto il viaggio fino a casa.
Arrivate alla casina - piccina, rossa e bianca, con delle grandi finestre e internamente ricoperta di moquette dall'alto al basso -, abbiamo conosciuto i due micioni (nelle settimane, c'ho anche fatto delle lunghe conversazioni, con loro, mentre aspettavo che l'unico bagno si liberasse) e abbiamo salutato il marito, Mr. Ali (cognome), di origini indiane, che non s'è affatto sprecato in fatto di buone maniere. Lì per lì ci siamo anche rimaste male, perché insomma, se n'è rimasto nella sua poltrona a guardare la televisione, come avrebbe fatto per tutti i venti giorni a venire. Solo un cenno del capo, e stop. Il fatto è che ancora non conoscevamo la sua storia, che Mrs. Ali ci raccontò una settimana dopo il nostro arrivo.
Comunque, abbiamo portato su le valigie e Mrs. Ali ci ha fatto vedere la stanza, il bagno e il modo in cui usare la doccia.
Abbiamo passato il pomeriggio a girarci i pollici e a parlare, dopo aver sistemato la nostra roba. La stanza era minuscola, i letti li abbiamo attaccati. Uno dei cuscini sul mio letto aveva un odore tremendo; Fede S. dice di pipì di gatto. Schifo.
Allora siamo rimaste a rotolarci sui letti, poi abbiamo ispezionato la camera. Aveva la moquette viola e le pareti bianche, con una di quelle finestre bombate, che escono. Fuori era pieno, ma pieno, di gabbiani. Mrs. Ali ne aveva il terrore. Col passare dei giorni avremmo cominciato a temerli anche noi, a seguito di diversi episodi. Sotto uno dei letti ho trovato un pezzo d'unghia. Tanto per farvi capire, eh.
Poi Mrs. Ali ci ha detto che usciva, e allora io e Fede S. ci siamo messe a fare le idiote - e sì, sono io che ho cominciato. Ho preso il cuscino puzzolente e l'ho rincorsa per tutta la stanza, cercando di spiaccicarglielo in faccia (faceva certe smorfie, madonna, non potete capire!). E abbiamo riso, ma tanto! Mi stavo quasi facendo la pipì addosso per quanto mi stavo sbellicando. La braccavo contro il muro, sul letto, le saltavo addosso con 'sto cavolo di cuscino, e lei urlava e cercava di divincolarsi. Poi ce l'ho fatta. Il cuscino era sul suo naso, e lei tratteneva il respiro. M'è sembrato sul serio che stesse per vomitare. Però è riuscita a rimettersi in piedi, io l'ho rincorsa e... primo danno: è caduta la lampada di vetro colorato che stava sul comodino. Dopo poche ore che eravamo in casa, già avevamo spaccato una lampada. Mr. Ali ha tirato un urlo dal pianterreno, tipo "OH!". Noi abbiamo gridato un "Sorrrrrry!" Non v'immaginate nemmeno com'era terrorizzata Fede S.! Ho creduto che fosse sull'orlo delle lacrime. Io ero tipo immobile. Alla fine mi sono buttata per terra a raccoglierla. La, come dire, cupola? di vetro s'era staccata dalla parte di metallo - vecchissimo, tra l'altro. Abbiamo cercato di aggiustarla, ma sembrava non ci fosse verso. Parlavamo a voce bassa, io ero mortificata - insomma, ero stata io a rincorrerla - e ci chiedevamo se avremmo dovuto dire qualcosa. Magari saremmo dovute andare di sotto a dire a Mr. Ali qualcosa... intanto, io, riprendendo il controllo dela situazione, ero riuscita ad agganciare i due pezzi. La lampada era intatta, a parte un piccolo pezzo di vetro che non c'era più. Forse schizzato via? Ci siamo messe a pancia in giù sulla moquette a cercarlo, ma non ve n'era traccia. Così, forse più per confortarci a vicenda, ci siamo dette che probabilmente era già così. Insomma, chissà quanti altri ragazzi erano stati lì! Allora abbiamo girato quella parte di lampada dall'altra parte, verso il muro, in modo che non si vedesse il piccolo foro. La lampada, però, era un po' storta. E avevamo paura che Mr. Ali avrebbe detto qualcosa alla moglie. Allora abbiamo sceso le scale, e Fede S. mi ha detto di andare da Mr. Ali a rassicurarlo, inventandoci qualcosa. Pensavo di dirgli che mi era caduto il cellulare a terra... magari un grosso cellulare. Fede S. pensava che come scusa faceva pena, glielo leggevo negli occhi, però ha annuito in fretta e basta. Così ho continuato a scendere i gradini... poi mi sono fermata a metà scala. Dopo tanti ripensamenti, abbiamo deciso di fare dietro front.
E che la fortuna ci aiutasse!

Uff, che roba, c'ho messo secoli a scrivere tutto 'sto coso.
Alla prossima, mh? L'avventura continua.
C.

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