Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

martedì 20 marzo 2012

Ci sono affezionata, ecco.

Alle mie scarpe, dico. Le chiamo le Scarpe Viaggianti. Sono comode, modello All Star, grigie, consumate al massimo, scritte sulle punte e sui bordi che una volta erano bianchi. Mia madre voleva buttarmele di nascosto, ma sono riuscita a convincerla a non farlo (anche perché se lo avesse fatto, mi avrebbe sentita!).
Me le sono portate praticamente dappertutto; hanno camminato sulle strade di Roma, per quelle inglesi, quest'estate, in Marocco, in montagna, al mare, fino alla mia scuola, hanno toccato il prato di un mucchio di parchi, sono entrate in tante case, in palestra, in ogni genere di mezzo di trasporto. Hanno la suola spaccata, ma non m'importa. Il tessuto interno è una fantasia di fiori rossi e steli verdi.
Si sono inzuppate di pioggia, hanno toccato la neve, hanno camminato con me nelle giornate ventose e in quelle calde.
Sono le mie Scarpe Viaggianti e ci sono affezionata; non sono poi tanto vecchie (le ho comprate l'anno scorso, dev'essere stato l'inizio del 2011 o forse fine 2010, qualcosa così, sì), ma mi hanno sempre accompagnata praticamente dappertutto. Ci ho ballato dentro, corso, passeggiato a fianco di Kilian e di mille altre persone. Hanno toccato la sabbia bagnata (me la ricordo ancora bene, faceva un freddo della Madonna e mi gelavano i piedi) di Paignton e il suo molo, forse persino l'acqua dell'Oceano.
Mi piace pensare che, come me, tengano dentro di loro un pezzetto di ogni posto dove siamo state insieme, io e loro, le mie Scarpe Viaggianti piene zeppe di ricordi.
Se dovessero chiedermi cosa ho fatto nell'ultimo anno della mia vita, io me le slaccerei e le tirerei su - molto in alto, ché l'unica cosa che ancora non hanno assaggiato è un po' di cielo - e direi ecco.

domenica 18 dicembre 2011

A nove anni ho smesso di credere a Babbo Natale

Sì, direi tra le quarta e la quinta elementare. Il che è triste, perché quando smetti di credere a Babbo Natale vuol dire che stai diventando grande e non ti è (quasi) più concesso sognare. Il che vuol dire che a uno dei miei fratelli (d'ora in poi lo chiamerò Pulce, in questo blog) mancano qualcosa come tre/quattro anni prima che smetta di scrivere le letterine per Babbo Natale. Proprio ora che sta imparando a scrivere ed è in quella fase in cui fai degli errori buffissimi. E in questo periodo è così bello e mi fa sorridere talmente tanto vedere Pulce che cerca di scrivere bene per farsi capire da Babbo Natale, che pensare di togliergli questo momento mi mette angoscia. Il punto è che non saremo noi a dirgli la verità; sarà lui a scoprirla da solo. A farsi domande, come me le son fatte io (ma come è possibile che in Marocco [dai miei cugini, N.d.A.] non ricevano regali a Natale?, Babbo Natale non fa mica il giro del mondo? E dove li prende i giocattoli? E perché nessuno l'ha mai visto?); a ragionare con il suo cervellino.
Perché quando cominci a non crederci più, il Natale ha un altro gusto.
Però boh, a parte questo, sento che sto per crollare. Son tre giorni che non tocco il pc, sono distrutta, mi sento un fottuto straccio troppo consumato, e domani ho due verifiche e martedì un'altra e ci sono ancora dei giri di interrogazione in un po' tutte le materie fino a giovedì. Quando uscirò da scuola, l'ultimo giorno, credo mi metterò tipo a ballare o roba del genere, a ringraziare il cielo per l'esistenza delle vacanze di Natale.
Perché i 5 giorni che mi sono fatta a casa settimana scorsa (dal 7 all'11, ringraziando Sant'Ambrogio di essere il patrono di Milano, e Pisapia, sindaco di Milano, per aver chiuso le scuole anche venerdì e sabato), sinceramente... non son serviti a un cazzo. Della serie che sono stata sempre in giro, o sempre a studiare, ho dormito 11 ore a notte, ma poi ero più stanca di prima.
Quindi ecco, non vedo l'ora che questi ultimi quattro giorni passino, non vedo l'ora, non vedo l'ora. Non riesco più ad alzarmi la mattina; al posto che alle sei, se va bene, per le sei e mezza sono in piedi e devo fare tutto di fretta, altrimenti perdo il bus, e intanto prego affinché la metro rossa abbia i suoi soliti "problemi tecnici" e mi faccia arrivare in ritardo, almeno posso balzarmi tutta l'ora ed entrare alle 9 meno un quarto dicendo "la metro non andava, non è colpa mia o della sveglia!", anche se in realtà sarei potuta essere in classe benissimo per le 8 e un quarto. Cosa che tra l'altro ho già fatto, con alcuni compagni di classe; solo che faceva un freddo della madonna e allora non abbiamo resistito fino alla fine dell'ora e siamo entrati prima, ma sempre in ritardo, saltandoci l'interrogazione (oh yeah).
Poi, poi, poi. Sto leggendo Il passaggio, di Justin Cronin, che è un mattone di 800 e passa pagine, ma lo sto adorando. Seriamente. E' scritto benissimo e scivola via che è una meraviglia.
Stranamente mia madre, da ormai un sacco di mesi, non trascina più me e i miei fratelli a Messa. Non so bene quale sia il motivo; forse s'è rotta le palle delle nostre lamentele e dei miei discorsi spacca maroni sul fatto che "Se ci obblighi ad andare in chiesa a quest'età, da vecchi non vorremo più metterci piede!" Il che, secondo me, è assolutamente vero. Insomma, sicuramente non sono atea, perché pensare di essere completamente sola un po' mi spaventa. Credo in Dio e credo che Gesù sia esistito e tutto il resto, ma non capisco il motivo dell'andare a Messa ogni domenica - insomma, se credi a qualcosa di tanto intimo, non dovresti avere il bisogno di dimostrarlo -, e non appoggio la Chiesa, come organismo, per tutta la merda che ha sparso in giro per il mondo, pur sostenendo di fare il volere di Dio.
A parte questo, è favoloso vedere luci e decorazioni in giro per la città. E' una di quelle cose che mi fa stare bene, come sentire le canzoni natalizie e ricordarmi di quando ero piccina così.
Non so quanto riuscirò a scrivere qui sul blog; tralasciando il fatto che la seconda liceo è pesante, cosa che tra l'altro è vero, è prende un sacco di tempo, con la storia delle feste e che poi vado in Belgio a trovare i miei zii fino a Capodanno, non potrò essere costante (come se io lo fossi stata fino ad ora...).
Ma comunque. Guardatevi Se mi lasci ti cancello, è qualcosa di meraviglioso. C'è Jim Carrey che per una volta recita un ruolo serio, e, anche se il titolo sembra una roba tipo commedia demenziale, fidatevi, non lo è. Il titolo originale, infatti, sarebbe Eternal Sunshine of the Spotless Mind.
Non vedo l'ora del concerto del Boss [Bruce Springsteen, N.d.A.]! Ho preso i biglietti qualche settimana fa e sono già gasatissima.

R. C.

mercoledì 14 dicembre 2011

Era la seconda media

Qualche anno dopo quel martedì, o era giovedì?, che avevo la foto di classe e l'ora prima era successa una cosa e avevo pianto e quel pomeriggio, nel letto, con la faccia schiacciata contro il cuscino, avevo deciso di cancellare quell'episodio dalla mia testa, perché era stato talmente umiliante. Il bello è che alla fine, a continuare a ripetermi dimentica dimentica dimentica, non l'ho più scordato.
Era prima che Fede T. avesse tutti quei problemi e non volesse più mangiare e diventasse irritabile e andasse dallo psicologo.
Era dopo che mi ero legata con L.
Era un paio di anni dopo quel periodo in cui Fede T. andava in giro a dire Sono uno scorpione, guarda come pungo! e dava a tutti dei pizzicotti tanto forti che ti rimanevano i lividi, e a me un po' faceva paura.
Era quattro anni dopo quel mercoledì del 14 febbraio, era San Valentino, e io avevo regalato ad A. un orsetto bianco che aveva in mano un cuore rosso e quando gliel'avevo consegnato - era in un pacchettino rosso - lui non faceva che sorridere e io ero imbarazzata da morire perché sua madre mi aveva ringraziato. Mi chiedevo perché diavolo mi avesse ringraziato lei, che c'entrava lei?, il regalo era per A. Io ero tutta rossa e avevo un po' voglia di piangere per l'imbarazzo. Due giorni prima ero andata in cartoleria con mamma, ed era pieno di cose carine, cuori e fiori di carta, tutto rosa e rosso e con tante scritte tipo Ti amo, Per sempre, Ti voglio bene. Io avevo deciso che sul cuore che volevo io per A. non ci sarebbe dovuto essere scritto niente, perché non dovevo dirgli nulla, a parte forse che stare vicino a lui mi faceva battere forte il cuore. Ma nessuna delle cose in vendita diceva una cosa simile. Avevo 8 anni ed ero piccola così, ma avevo gli occhi grandi.
Era la seconda media quando in classe stavamo preparando i cartelloni per la festa di fine anno (o forse era Natale?). Era pochi giorni dopo che io avevo visto una puntata di Melissa P. alla tele, da sola, di notte, e avevo raccontato alle mie compagne di classe una delle scene, quando un tizio che quella Melissa P. manco conosceva le aveva chiesto: Mi vuoi baciare?, e lei aveva fatto sì con la testa, e allora lui aveva detto E allora baciami l'uccello, e l'aveva presa per le spalle e l'aveva spinta giù, e si vedeva questa Melissa P. che s'inginocchiava e io ero rimasta con le sopracciglia corrugate e gli occhi spalancati. Era quel "E allora baciami l'uccello", insomma, dov'erano le scene romantiche che volevo? Merda. Avevo dodici anni.
Era appunto la seconda media, qualche giorno dopo che avevo visto una puntata Melissa P. e avevo raccontato la cosa alle mie compagne di classe, che ridacchiavano e mi fissavano abbastanza sconvolte.
Beh, mentre preparavamo quei cartelloni, eravamo divisi in due gruppi e Fede T. era in uno dei suoi periodi particolari e se ne stava seduta vicino al bulletto della classe, il classico stronzo che rifaceva per la terza volta la seconda media. E col bulletto c'erano pure tutti i ragazzi che li fissavano, e mi ricordo che Fede T. se ne stava con le gambe accavallate e il tizio le toccava il seno (era ben messa, da quel punto di vista, e la invidiavo un sacco perché io invece ero piatta come una tavola da surf) e diceva agli altri ragazzi Guardate che tette! e lei niente, se ne stava lì a dare colpetti alle mani del ragazzo e continuava a parlare di non so che, come se niente fosse. E mi ricordo che io pensavo ma perché non dice qualcosa al tizio? Poi tra l'altro tutti i ragazzi erano lì, ben attenti, a sghignazzare, quasi con la bava alla bocca.
E niente, non so perché io ne stia parlando, ma qualche giorno fa l'ho incrociata e abbiamo parlato, ha un ragazzo, delle amiche, non ha più me, non fa più la stronza, sorrideva, stava bene, sembrava felice, l'ho abbracciata, ma non forte come si fa con le amiche, più un abbraccio veloce, non come si fa tra amiche d'infanzia, più come quando hai avuto un bambino e ti si fanno le congratulazioni, anche se sarei voluta fermarmi di più, ma poi non so se a lei sarebbe piaciuto. Poi ci sono certe cose che in seconda media non capisci, ma che ora mi vengono in mente. Era bella, stava bene.
Mi manca.

Cherry

domenica 9 ottobre 2011

#23. Stralci di conversazioni

Primi giorni di ottobre. Metropolitana. Linea rossa. Tragitto da scuola verso casa.
Si parlava di Alex, un ragazzo simpaticissimo (e carinissimo) della Repubblica Cieca, conosciuto in Inghilterra quest'estate.
Fede S.: - Era da favola! -
Io: - Cazzo, se venisse in Italia lo accoglierei a braccia... e gambe aperte! -
Tuttie - Puahaha! -

Gli ormoni galoppano, belli miei.

martedì 20 settembre 2011

Sorry, but I can't be perfect

'Cuz we lost it all 
Nothing lasts forever
I'm sorry
I can't be perfect
Now
it's just too late and
We can't go back
I'm sorry
I can't be perfect
I try not to thinkAbout the pain I feel inside
Did you know you used to be my hero?
All the days you spend with me
Now seem so far away
And it feels like you don't care anymore

And now I try hard to make it
I just want to make you proud
I'm never gonna be good enough for you
I can't stand another fight
And nothing's alright.


[Perfect - Simple Plan]

Forse a te non frega, ma oggi, mentre ero a tavola, da sola, piangevo. E non c'era nessuno a consolarmi. E, anche adesso, anche adesso piango, perché mi sa proprio che tu, da me, non ci tornerai più.
So di averti ferito. Ma è quello che sono, d'accordo? Non posso essere come vuoi tu. E non cambierò, né per te, né per nessun altro.
Ma io ti voglio bene lo stesso. O almeno, provo a non odiarti troppo, ché di odio ce n'è abbastanza, nel mondo, non credi?

RedCherry

giovedì 8 settembre 2011

'Cause I miss you so bad

What time is it where you are?
I miss you more than anything
Back at home you feel so far
Waitin for the phone to ring
It’s gettin lonely livin upside down
I don’t even wanna be in this town
Tryin to figure out the time zones makin me crazy.

[Jet lag - Simple plan]


C'è che pensare che noi due non siamo più noi, ma siamo solo io e te, mi stringe il cuore e lo fa girare e sbattere su e giù per tutta la cassa toracica.
E mi manca il tuo sorriso, ch'è bello da morire, il tuo sorriso, soprattutto quando lo rivolgevi a me. E mi mancano i tuoi occhi chiari che non smettevano di cercare il mio sguardo, e non si allontanavano mai dal mio viso.
E ti ricordi la prima volta che ci siamo visti? Pioveva e faceva freddo e noi ce ne stavamo sulla spiaggia, sotto alla tettoia, ti ricordi? Mi stringevo nella felpa e tu non smettevi di guardarmi e io lo sentivo, il tuo sguardo, che m'arrivava sotto la pelle e mi faceva vibrare. Le ragazze mi piantavano i gomiti nei fianchi e mi sussurravano Ehi, l'hai visto quello? Ti sta fissando! Secondo me gli piaci! ma tu l'italiano mica lo capivi, e meno male che non lo capivi. Io e te però continuavamo a parlare e tu mi hai offerto una gomma e io l'ho presa, era alla menta, e ti ho sussurrato un Thank you e tu hai sorriso e poi me ne hai offerta un'altra, prima che io andassi e tu mi chiedessi Non potresti restare qua per altri quindici minuti? - non potevo restarci, con te, altri quindici minuti, non potevo proprio -, e mi hai chiesto se ne volevo una, di gomma, per ogni sera che siamo usciti e quando raccontavo 'sta cosa alle ragazze loro mi dicevano Cavoli, S., è il tuo uomo!, perché io ci vado matta, per le gomme. E avrei voluto che il mio uomo lo fossi diventato, ma per davvero.
Ti ricordi, poi, quando mi hai chiesto di uscire e siamo andati sul molo? Che nel mare c'erano due tizi che andavano in canoa, e io ho urlato un Hi, guys! e tu hai chiesto loro se l'acqua fosse fredda e ci siam messi a far conversazione.
E quando abbiamo attraversato la strada di fronte a casa mia? Che c'era una telecamera sopra al semaforo e tu me l'hai indicata, e allora io mi son messa a sventolare la mano e a dire Hello!, hello! e tu ridevi un sacco e hai cominciato a fare le linguacce alla telecamera. Sembravamo proprio due idioti, Kilian, ma davvero.
Per la miseria, Kilian, non avrei mai pensato di provare qualcosa del genere per un ragazzo tedesco - ovvero te, certo che parlo di te. Non so, è una di quelle cose a cui non avevo mai pensato. Sei stata una sopresa, Kilian. E non so ancora come abbia trovato la forza di lasciarti e prendere quel dannato aereo.
Mi manca il modo in cui non smettevamo un attimo di sorriderci - eravamo proprio fusi -, e mi mancano le tue braccia attorno a me e le tue mani sulla mia schiena e il modo in cui mi dicevi, un po' imbarazzato, che ero bellissima.
Mi manca il modo in cui mi facevi sentir bene, e mi facevi sentir felice, pure fin troppo, così tanto che non ho smesso di sorridere come un'ebete per tutto il tempo, pure quando son tornata in Italia, tanto che non riuscivo ad ascoltare la gente che mi parlava e mi rivedevo sempre nella testa, proprio come un film, tutti i momenti che avevamo passato insieme. Fede S. mi diceva di ripigliarmi, e io proprio non ci riuscivo, proprio no, ma era lo stesso un sacco felice e lo ero anch'io.
Tu lo eri? Io sì. E lo sono ancora, anche se sei lontano - me lo ricordo, quando mi hai parlato della Germania e io dell'Italia, quando ancora riuscivamo ad assaporare quegli attimi in cui non c'importava del domani; quegli attimi in cui eravamo solo io e te, tu ed io, e non pensavamo ad altro che a noi due. In quelle notti o sotto il sole o sotto la pioggia o a ballare insieme, quando io ti ho detto che sei un bravo ballerino e tu hai detto no, hai detto che quella brava ero io.
E accidenti, non credevo sarei arrivata a questo livello di sdolcinatezza diabetica. Non sono una tipa così zuccherosa. E' solo che tu, tu mi facevi sciogliere proprio. Soprattutto quando m'hai detto che mi volevi baciare, e io pensavo Merda, non sai quanto lo voglio io - hai delle belle labbra, sai? -. Ma anche in tutte le altre occasioni. Anche quando solo mi stavi vicino, mi facevi sciogliere.
E non riesco ancora a capire - sul serio, non ci riesco, me lo spieghi tu? - come tu sia riuscito a catturarmi in così poco. Perché sei (stato) importante, e la storia che, a frammenti, sto raccontando ora, non è stata poi solo una storiella estiva, ma qualcosa di più. Più bello, più vero, più puro. Forse non al punto di amarci, questo no - insomma, è stato così breve e tutto è scivolato via, attraverso i nostri cuori, in poche settimane -, ma comunque è stato tanto.
La cosa più bella - okay, no, ce ne sono state molte di più, di cose belle - è quando, qualche settimana fa, hai detto che stavi imparando l'italiano per parlarlo con me. Cioè, Kilian, per la miseria, vuoi farmi morire o che? Lo sai che ormai siamo lontani, te l'ho già detto, siamo solo io e te, non più noi.
E comunque, sai quando mi hai detto I miss you?
Beh, I miss you too.
E vorrei essere di nuovo a Paignton, sulla spiaggia, con te e coi ragazzi - eravamo tantissimi, proprio un mucchio, e ci volevamo bene anche senza conoscerci sul serio - a guardare il sole tramontare e a sentire i piedi freddi e a toccare l'acqua dell'oceano.
E, come mi scrissi tu, in quel messaggio d'addio - ricordi? -:

In love,
C.

sabato 27 agosto 2011

I don't want to miss a thing

C'è questa canzone, degli Aerosmith, che è meravigliosa. Il titolo è quello scritto qua sopra. Secondo me e L. è una delle canzoni più belle del secolo.
Oggi sono uscita con lei. Siamo andate a Porta Genova coi mezzi - senza biglietti, tra l'altro - e lei m'ha messo il dilatatore al secondo buco dell'orecchio destro e mi son fatta fare una treccina e ho comprato una collana stupenda.




Ed eccoli. Il dilatatore - quello bianco -  ancora è sottile (anche se ha fatto male proprio, quando L. me l'ha infilato, e ancora brucia un po'), ma conto di allargarlo ancora un po' - ora dovrebbe essere 1 millimetro e 8 o qualcosa del genere. Senza farlo diventare un cratere lunare, s'intende.
La treccina mi arriva al petto ed è dei colori della Giamaica, un po' in onore di Bob Marley e della sua musica, un po' perché rosso, verde e giallo sono vivaci e mi piacciono da morire insieme, un po' perché L. mi ha detto che i colori stanno strabene con la mia carnagione e i capelli. Quindi mi fido di lei, e niente.
Siamo andate in Fiera, ed è lì che fanno queste treccine tutte colorate. Tra l'altro la ragazza che me l'ha fatta - una senegalese magrolina e tutta un "Dimmi, bella, dimmi. Ti piace la collana, bella? Costa cinque euro, bella. Ciao, bella. Ecco a te, bella" - mi tirava pure un po' i capelli, ma in una maniera piacevole. Che quando aveva finito avevo voglia che continuasse a intrecciarmi i suoi fili colorati sulla ciocca, e che continuasse a tirarla e tutto. Non so perché. Ho il cervello quadrato, ormai lo sapete.
Lì alla Fiera, appena entri ti chiedono se vuoi del fumo. E c'è, come dire, gente alternativa. E rockettari e metallari e punk che hanno questi stili strafighi - io e L. non facevamo altro che dire Che figata - se ne vanno in giro in modo naturale. Se, nella vita di tutti giorni, sono "quelli diversi"... beh, alla Fiera, sei tu, presunto normale, ad essere quello diverso. Ci piace da morire, la Fiera, a me e L.
C'erano stand in cui vendevano dischi in vinile, oppure maglie di gruppi musicali, bracciali, collane, orecchini, piercing particolari, o ancora CD rock e metal a basso prezzo, e c'era questa musica bellissima  nell'aria nella quale ho riconosciuto la voce di John Lennon. Mi veniva troppa voglia di cantare con lui.
Alla Fiera, vendono birra a chiunque - come il fumo, d'altro canto - senza controllare un tuo documento. Però non volevamo tornare a casa brille eccetera, quindi niente. Anche perché non è che mi piaccia la birra tutta 'sta gran cosa, alla fine.
Poi ci siamo messe sui gradini vicino all'uscita della metro di Porta Genova e abbiamo fatto un mucchio di foto con facce buffe e tutto e la gente ci fissava strano, allora noi scoppiavamo a ridere e loro sorridevano (Ah, la giovinezza, pensavano. Ne sono convinta. Ah, com'era tutto leggero e frizzante).
E abbiamo ricevuto dei fischi e diverse occhiate, in metropolitana.
E stamattina ho riportato due libri alla biblioteca e ne ho presi altri due  - La voce di noi due, di Loredana Frescura, e NO! di Sylvia Hall. E non so bene se si debba dire o meno, ma NO!, ha pure un sottotiolo: Il segreto di mio padre. Il mio segreto, anche se credo sia di poca importanza -, e un tizio, mentre passavo, ha mormorato un Che figa!. E no, accidenti, non mi sto vantando. Di che, poi? Di un viscido, sconosciuto e pure ultra-quarantenne che sussurra cose al mio orecchio - che poi, tra l'altro, che le dica a sua moglie, certe cose. E se non ce l'ha, beh, cominci a cercarsi qualcuno, al posto di importunare una giovincella come me -? Ehm, no. Se lo pensate, buco nell'acqua. Lo scrivo perché, accidenti, la gente è preoccupante, al giorno d'oggi. Miseria ladra!
E ad essere preoccupante sono anche i ragazzi della mia cittadina  - o paesello, o ammasso di lerciume, o come diavolo dovrei chiamare questo buco di provincia -, che saltano a pié pari cinque anni di vita. Dodicenni che fanno le diciottenni - ma sul serio, mica per dire.
Sconvolgente, non trovate? Io a dodici anni manco sapevo se fossi maschio o femmina (okay, sì, ora non esageriamo, però mica facevo sesso con dei diciassettenni, per la miseria!).
Ma comunque. Altro esempio abbastanza sconvolgente: mentre aspettavo alla fermata dell'autobus, c'erano queste due ragazze che parlavano tra di loro e tutto. Ad un certo punto passa uno - probabilmente aveva suonato il clacson, non so, avevo gli auricolari nelle orecchie - e sorride. Poi riparte, e una delle ragazze fa "Cioè, ma l'hai visto?", o cose così. Poco dopo questo tizio ripassa, e chiede "Andate a Bisceglie?". Una di loro dice sì. Allora questo chiede se vogliano un passaggio. La ragazza dice sì, fa un cenno all'altra, e salgono entrambe nella macchina di Codesto Personaggio.
Allora io ho pensato Se vi stupra son problemi vostri, belle mie. Però la cosa m'ha lasciata comunque perplessa. Ed è anche triste, se ci pensate. Non trovate?
Poi prima pensavo che, da piccola, quando nominavano Porta Genova, io pensavo sempre a queste mura altissime, tipo fortezza, con questa porta dalle dimensioni bibliche con sopra la scritta Porta Genova. E credevo che Milano fosse divisa in zone da queste alte mura, e ogni zona avesse questa grande porta, e che ogni porta avesse un nome diverso: Porta Genova, Porta Venezia, Porta Garibaldi...
E pensavo che il mio cervello era quadrato, sì, ma pure molto ingenuo e pieno d'immaginazione. Vedevo cose diverse, allora. E un po' mi manca, quel cervellino di una volta.

Cherry

mercoledì 24 agosto 2011

Di una e più avventure

D'accordo, cominciamo dall'inizio.
Ora non ricordo con precisione a che ora mi sono svegliata. Solo che ero tutta eccitata e fuori ancora c'era buio e faceva fresco - non era ancora arrivata l'afa di questi ultimi periodi - e sono uscita con una felpa grigia. I genitori di G. hanno accompagnato me e mia madre all'aereoporto. Solo a prendere la valigia crudelmente rifilatomi da mia madre, mi sembrava che mi si stesse staccando un braccio. E aveva solo due ruote e per tirarla dopo piegare la schiena da un lato, ergo: dopo dieci metri m'ero già mezza rotta in due. Ho mollato i diciotto chili di valigia a mia madre e mi son tenuta lo zaino della Eastpak.
Arrivati dentro, ho scoperto di essere vestita uguale identica alla madre di Fede S.: jeans azzurri, canottiera nera e sopra quella un'altra arancio brillante. Le ho fatto notare la cosa. Mi sono chiesta se fossi io a vestirmi da quarantenne, o lei da quindicenne.
Ma comunque. Abbiamo trovato lì il nostro gruppo, e le due prof che ci avrebbero accompagnato. Le chiamerò una Balenottera - aveva un cognome del genere, comunque, e ad una balenottera c'assomiglia davvero - e l'altra Ricrescita Grigia, perchè aveva 'sti capelli giallo pipì, ma la radice grigio-bianca. Probabilmente entrambe in menopausa, tanto per darvi un'indicazione sull'età. Anche se Ricrescita Grigia, una volta, molto tempo dopo quel primo incontro, ha prestato un assorbente a G. Io e Fede S. diciamo che se li tiene in borsa giusto per far finta d'essere ancora giovane.
Caricati i bagagli, abbiamo fatto una pausa nella parte, come dire, interna dell'aereoporto, quella dove ci sono i sedili vicino ai vetri delle finestre per vedere gli aerei che atterrano e se ne vanno. Abbiamo fatto colazione, più una lunga fila al bagno femminile (eravamo ventotto ragazze e due ragazzi, fate un po' il conto. Considerando poi che le ragazze sostano al gabinetto un periodo incalcolabile, più pit-stop allo specchio per dare una sistemata a trucco e parrucco, beh, siamo messi da schifo).
Preso l'aereo, io stavo tra Ricrescita Grigia - che sfiga, ragazzi - e Fede S. Dietro di noi si stava invece svolgendo un'appasionata conversazione su peni invisibili e altri schifi del genere. Io e Fede S. eravamo abbastanza scosse.
Per G. era una delle prime volte in aereo e, dato che io c'ho fatto il callo, ormai, ogni tanto allungavo il collo per chiederle come se la passava. Non aveva un bel colorito, a dirla tutta.
Dopo un'ora e mezza e passa di viaggio in aereo, è la volta del tragitto in pullman. Una roba tremenda: cinque ore e mezza passate a guardare fuori dal finestrino, cambiare pigramente canzone, gente che faceva un casino della madonna e via discorrendo. Beh, credo sappiate cosa succede quando in un veicolo vengono messi a contatto più di trenta cristiani, con un'età media compresa tra i tredici ed i sedici. Non contando poi Balenottera e Ricrescita Grigia, che, in preda alle loro vampate di calore, erano più isteriche di un porcospino cieco (non so cosa c'entri, non me lo chiedete).
Allontanandosi dall'aereoporto di Londra, il paesaggio diventata sempre più verde, il numero di case diminuiva in modo direttamente proporzionale all'aumentare del numero di pecore. Ci sfilavano davanti file interminabili di campi, frutteti, orti e via discorrendo. Però tutto mi entusiasmava, sapete. E' un mondo completamente diverso dal nostro. Cioè, è tutto diverso dall'Italia (in modo positivo, ovviamente). Non smettevo mai di guardarmi intorno. Ora non riuscirei a descrivere ogni cosa, e sarebbe troppo lungo; posso dirvi però che tutto era incredibilmente bello e vivo e rigoglioso, pur essendo il cielo un po' grigio.
Probabilmente quel giorno - era un sabato - siamo andati a vedere *inserire qui un articolo determinativo a scelta* Stonehenge. Accidenti alla mia memoria. Comunque m'è piaciuto proprio; era uscito il sole e sono riuscita a scattare delle belle fotografie (tra l'altro la nuova videocamera/macchina fotografica nuova di zecca del compleanno, è durata solo per quel giorno. Poi è morta. Un gran peccato, dato che non ho più potuto fotografare niente! Ecco perché continuo a dire che la sfiga mi perseguita).
Riprendiamo il pullman. Sosta per mangiare e sgranchirsi le gambe.
Poi di ci fermiamo, ma a Bath. Abbiamo avuto due ore e più per fare un giro, da soli, dove volevamo e come volevamo. Ho comprato degli orecchini, i "cocchi". Però più grandi di quelli che ho già.
Man mano ci avviciniamo alla regione di Torbay, nel Devon. C'è una bella scritta bianca, che dice "The English Riviera" a darci il benvenuto. Ora si vedono più case, di quelle deliziose e tradizionali inglesi del periodo Vittoriano, e io non smettevo di dire che me ne sarei comprata una, ché erano troppo carine. Pian piano noi ragazzi cominciavamo a uscire dai nostri sonni - il viaggio ci aveva stremato -, e, sbattendo gli occhi rossi e strofinandoceli, si sono formati cori di "Ooh, che bello!". Quasi fossimo bambini nel Paese dei Balocchi.
Poi, arriva il Grande Momento: la conoscenza della propria famiglia. Quel Grande Momento di cui avevo rimandato il pensiero; a casa mi sembrava una cosa lontana, in aereo mi dicevo che c'era tempo, in pullman la stanchezza ci faceva sembrare il viaggio infinito e non ci si pensava. Però, eccoci lì, a Clennon Valley - questo era il nome del "parcheggio dei pullman", dove nei giorni seguenti saremmo andati più e più volte per prendere gli autobus e visitare tanti bei posti -, nella città di Paignton (su Google ci sono un sacco di fotografie, se volete).
Allora ecco, cominciano a chiamare i nomi delle coppie, che, tutte emozionate, scendono dal pullman e vanno a presentarsi alle famiglie.
C'era V., sempre della mia classe, che continuava a tremare come un pulcino bagnato, e diceva "Oddio, oddio, S.! Oddio, oddio, G.! Oddio, oddio Fede S.!" ed era tutta su di giri. Allora Fede S. diceva "Ma V., ma cosa ti preoccupi, maddai! Non è che ti mangiano" (non ci sta troppo simpatica, V.), e roba simile, in modo scocciato. Lei e G. hanno alzato gli occhi al cielo, e ho finto di mantenere il controllo, mentre invece mi sarei messa a saltellare sul sedile per quanto ero emozionata e nervosa! Ero esattamente come V., sinceramente. Quasi tremavo, vi giuro. Come quando il prof ha ridato la verifica di matematica e io ero preoccupata da matti e m'ha tenuta per ultima per consegnarmi il mio compito; battevo i piedi e mi tremavano le mani, perché l'attesa mi faceva agitare da morire.
Ecco, la stessa identica cosa.
Tra grandi saluti, chiacchiericci e risatine nervose in tutto il pullman, prima sono scese G. e V., e c'hanno salutate quasi andassero in guerra e non ci saremmo più viste. Poi, verso gli ultimi nomi, ecco i nostri. Io e Fede S. siamo saltate su come molle e siamo scese.
"Secondo me ci sarà solo una persona. O magari la signora e il marito", avevo detto qualche ora prima a Fede S. E lei mi aveva detto che no, secondo lei ci sarebbero stati tutti e quattro (ai tempi ancora non sapevamo cosa ci avrebbe aspettate).
Beh, alla fine avevo ragione io. C'era solo la signora, una tipa coi capelli biando chiaro e corti, sulla sessantina, enorme. Sembrava in pigiama, con la maglietta pure un po' sporca e i pantaloni bianchi macchiati. Era venuta in pantofole, di quelle di plastica, avete presente? Quella sera l'abbiamo soprannominata Big Foot, per via dei suoi piedi, enormi come lei, sempre nudi e sotto i nostri sguardi sconcertati - non erano certo ben curati. Quel giorno abbiamo scoperto che gli inglesi non sono affatto dei campioni, nel campo igiene (ma questo era stato già detto alla riunione sul viaggio, quando aveva parlato Ricrescita Grigia).
Ebbene. Ci siamo presentate, qualche chiacchiera, oh, nice to meet you, how are you, girls, did you have a nice journey?, ecc. ecc. Così abbiamo parlato tantissimo, per tutto il viaggio fino a casa.
Arrivate alla casina - piccina, rossa e bianca, con delle grandi finestre e internamente ricoperta di moquette dall'alto al basso -, abbiamo conosciuto i due micioni (nelle settimane, c'ho anche fatto delle lunghe conversazioni, con loro, mentre aspettavo che l'unico bagno si liberasse) e abbiamo salutato il marito, Mr. Ali (cognome), di origini indiane, che non s'è affatto sprecato in fatto di buone maniere. Lì per lì ci siamo anche rimaste male, perché insomma, se n'è rimasto nella sua poltrona a guardare la televisione, come avrebbe fatto per tutti i venti giorni a venire. Solo un cenno del capo, e stop. Il fatto è che ancora non conoscevamo la sua storia, che Mrs. Ali ci raccontò una settimana dopo il nostro arrivo.
Comunque, abbiamo portato su le valigie e Mrs. Ali ci ha fatto vedere la stanza, il bagno e il modo in cui usare la doccia.
Abbiamo passato il pomeriggio a girarci i pollici e a parlare, dopo aver sistemato la nostra roba. La stanza era minuscola, i letti li abbiamo attaccati. Uno dei cuscini sul mio letto aveva un odore tremendo; Fede S. dice di pipì di gatto. Schifo.
Allora siamo rimaste a rotolarci sui letti, poi abbiamo ispezionato la camera. Aveva la moquette viola e le pareti bianche, con una di quelle finestre bombate, che escono. Fuori era pieno, ma pieno, di gabbiani. Mrs. Ali ne aveva il terrore. Col passare dei giorni avremmo cominciato a temerli anche noi, a seguito di diversi episodi. Sotto uno dei letti ho trovato un pezzo d'unghia. Tanto per farvi capire, eh.
Poi Mrs. Ali ci ha detto che usciva, e allora io e Fede S. ci siamo messe a fare le idiote - e sì, sono io che ho cominciato. Ho preso il cuscino puzzolente e l'ho rincorsa per tutta la stanza, cercando di spiaccicarglielo in faccia (faceva certe smorfie, madonna, non potete capire!). E abbiamo riso, ma tanto! Mi stavo quasi facendo la pipì addosso per quanto mi stavo sbellicando. La braccavo contro il muro, sul letto, le saltavo addosso con 'sto cavolo di cuscino, e lei urlava e cercava di divincolarsi. Poi ce l'ho fatta. Il cuscino era sul suo naso, e lei tratteneva il respiro. M'è sembrato sul serio che stesse per vomitare. Però è riuscita a rimettersi in piedi, io l'ho rincorsa e... primo danno: è caduta la lampada di vetro colorato che stava sul comodino. Dopo poche ore che eravamo in casa, già avevamo spaccato una lampada. Mr. Ali ha tirato un urlo dal pianterreno, tipo "OH!". Noi abbiamo gridato un "Sorrrrrry!" Non v'immaginate nemmeno com'era terrorizzata Fede S.! Ho creduto che fosse sull'orlo delle lacrime. Io ero tipo immobile. Alla fine mi sono buttata per terra a raccoglierla. La, come dire, cupola? di vetro s'era staccata dalla parte di metallo - vecchissimo, tra l'altro. Abbiamo cercato di aggiustarla, ma sembrava non ci fosse verso. Parlavamo a voce bassa, io ero mortificata - insomma, ero stata io a rincorrerla - e ci chiedevamo se avremmo dovuto dire qualcosa. Magari saremmo dovute andare di sotto a dire a Mr. Ali qualcosa... intanto, io, riprendendo il controllo dela situazione, ero riuscita ad agganciare i due pezzi. La lampada era intatta, a parte un piccolo pezzo di vetro che non c'era più. Forse schizzato via? Ci siamo messe a pancia in giù sulla moquette a cercarlo, ma non ve n'era traccia. Così, forse più per confortarci a vicenda, ci siamo dette che probabilmente era già così. Insomma, chissà quanti altri ragazzi erano stati lì! Allora abbiamo girato quella parte di lampada dall'altra parte, verso il muro, in modo che non si vedesse il piccolo foro. La lampada, però, era un po' storta. E avevamo paura che Mr. Ali avrebbe detto qualcosa alla moglie. Allora abbiamo sceso le scale, e Fede S. mi ha detto di andare da Mr. Ali a rassicurarlo, inventandoci qualcosa. Pensavo di dirgli che mi era caduto il cellulare a terra... magari un grosso cellulare. Fede S. pensava che come scusa faceva pena, glielo leggevo negli occhi, però ha annuito in fretta e basta. Così ho continuato a scendere i gradini... poi mi sono fermata a metà scala. Dopo tanti ripensamenti, abbiamo deciso di fare dietro front.
E che la fortuna ci aiutasse!

Uff, che roba, c'ho messo secoli a scrivere tutto 'sto coso.
Alla prossima, mh? L'avventura continua.
C.

Lo ammetto:

Dormo a bocca aperta. Quasi sempre. E la mattina mi fa male la gola.
Ecco, eravamo in pullman e io ero di fianco a G. Avevo la testa poggiata sulla sua spalla, e stavamo facendo un viaggio bello lungo. Ora non ricordo bene dove andassimo, ma era la prima settimana. Ero così stanca che non sono riuscita a tenermi sveglia, pur sapendo che mi sarei addormentata con le fauci spalancate, pronte ad accogliere al loro interno una mosca curiosa. E allora mi son detta: tanto dormiranno tutti. Vero? Cioè, siamo tutti così stanchi di tutti questi viaggi in pullman, le giornate mettono KO. Nessuno mi vedrà. Mi sveglierò prima degli altri. Dormirò così poco che non me ne accorgerò neanche. Mi addormenterò con le labbra serrate. Forse dovrei mettere della colla... eccetera eccetera.
Invece, invece vi dico: non è andata così. Affatto. Mi sono addormentata, stravolta, con un auricolare nell'orecchio. L'altro ce l'aveva G., e pensavo che la musica le avrebbe conciliato il sonno... invece no. E neanche Fede S., davanti a noi, non s'era addormentata. O forse sì; forse io avevo dormito tanto da aver permesso alle altre di addormentarsi e poi svegliarsi, concedendo loro pure il tempo di scattarmi una fotografia! E G., al mio risveglio, m'ha raccontato che aveva riso così tanto che aveva paura che mi avrebbe svegliata, dato che ero appollaiata su di lei.
Quindi ecco, avrei avuto l'ennesima foto di me che dormo con la bocca aperta - e quella volta, credetemi, avevo superato me stessa. Un posa che, accidenti, nessun aggeggio elettronico riuscirà più a catturare! -, l'ennesima di un lungo Book.
Poi sono riuscita a cancellarla, con l'inganno. Muaha. Fede S. se l'è presa un sacco: diceva che ero venuta troppo bene, con gli occhi socchiusi e la bocca aperta. Certo. Ci mancava solo la bava che colava dagli angoli della bocca e poi sarebbe stato perfetto.
Però mi chiedo: la gente non ha altro da fare, che fotografare un'innocente creatura che è nata con questo difetto di fabbrica? Forse ho la mandibola pendente.

C.

martedì 23 agosto 2011

#18. Stralci di conversazioni

Direttamente da una scena in Inghilterra:
Noi: - Excuse me, could you tell us how to get to Primark? -
Ragazza: - No -
Aveva il sacchetto di Primark con dentro i suoi acquisti.
Noi: - But... -
Ragazza: - No -
E corre via, manco fossimo armate.

Ah, e il prossimo post, sarà - sul serio sul serio - about my holiday in England.
Red Cherry

venerdì 12 agosto 2011

Storia di come ho insegnato a mio fratello cosa vuol dire "fare il dito medio".

Avevo qualcosa come sette, otto anni o roba così. O forse di più. Mio fratello ne avrà avuti, toh, cinque? O sei. Ma non è questo il punto.
Una sera eravamo nella nostra camera, ciascuno nel proprio lettuccio. Eravamo ciccia e pappa, io e mio fratello. Quella sera stavamo parlando di non so che cosa, e ad un certo punto io me ne esco con la genialata del secolo, dicendo "Ma lo sai cosa vuol dire fare così?". Gli ho fatto vedere il dito medio, piccolo e tozzo e bello alzato. Lo vedevo nella penombra, mio fratello, che si girava e mi guardava. Lui mi ha detto che no, non lo sapeva. Allora io gli ho detto "E' una cosa brutta, non farlo, eh!". Ecco, e a quel punto mio fratello s'è drizzato tutto ed ha cominciato ad eccitarsi perché era una cosa da non fare.
Così ha cominciato ad alzare il suo dito e a dirmi "Così si fa?" e io gli dicevo di sì, ma di non farlo.
Sapete lui che ha fatto, invece? Appena i miei sono passati davanti alla porta della stanza, quello è sgusciato fuori dalle coperte ed è corso da loro.
"Che c'è, tesoro?", ha detto mia madre. O roba così (mica pretenderete che mi ricordi esattamente le parole pronunciate mezza vita fa, oh). Ma comunque. Allora mio fratello le ha sventolato il suo bel ditino medio sotto al naso e le ha detto "Sai che questa è una cosa che non si fa? Lo sai?". Dovevate vedere la faccia dei miei. Scandalizzati, tipo oh-mio-Dio-nostro-figlio-diventerà-un-cattivo-ragazzo. "Ma cosa fai?! Chi te le ha insegnate 'ste cose?".
Non immaginate come mi son sentita io. Nella mia testa mi stavo già spalando una fossa, pronta ad essere riempita dal mio corpo.
Il mio caro, adorato fratellino, a quel punto, con un visino innocente incolpa me, dicendo: "S.!"
Due paia di occhi vennero rivolti verso di me. *musichetta agghiacciante di Psyco di sottofondo*
Io, nella mia testa ero lì nooonooooperchél'haifattonontidiròmaipiùnientepertuttalavita! E pretendevo che lui mi sentisse, anche se le parole non le ho pronunciate.
A quel punto le ire dell'inferno si scatenarono contro una povera, piccola Cherry, che in quel momento decise che non avrebbe più insegnato una cosa del genere al suo perfido fratello (che, poverino, era soltano un mocciosetto e non sapeva quello che diceva).

Ecco, fine della storia,
R. Cherry

giovedì 11 agosto 2011

Blu cobalto

Il lunedì azzuro cielo.
Il martedì giallo ocra.
Il mercoledì è blu cobalto.
Il giovedì rosso terra bruciata.
Il venerdì verde menta.
Il sabato arancio pastello (ahah. Manco a farlo apposta; vedi url).
La domenica rosa caramella.


Ecco, è una cosa un po' stramba, ma mi piace dare un colore alle parole. Ecco, mi ricordo che questa mania è cominciata tipo all'asilo, quando sulla parete verde della classe c'era appeso un trenino ritagliato da un pezzo di carta. Ogni vagancino aveva un colore, e per ognuno c'era scritto un giorno della settimana. E' così che ho imparato i giorni della settimana; ed è così che ho imparato a dare colore ad ogni cosa, perfino alle parole.
E' strano, perchè son passati più di dieci anni e io ancora c'ho fissa in testa l'immagine di questo trenino colorato. Certe cose non te le togli più, dico io.
A proposito di memoria; spero che i miei fratelli si ricorderanno, quando saranno mariti o padri o quel diavolo che saranno, che la loro cara ed adorata sorellina s'era sbattuta un sacco per loro. Che era lei a fare i mestieri, in casa, mentre loro un cavolo.
Ma comunque. Non ho idea di quando riuscirò a scrivere tutto quello che devo scrivere; già comincio a sentire che i ricordi mi scivolano via dalla testa, come se mi saltassero giù dalle orecchie e scappassero chissà dove.
In più ho caldo e devo finire di vedere I segreti di Brokeback mountain (una gran figata, con quel geniaccio di Heath Ledger). Sono stata da Fede S., in questi giorni, a finire i compiti di matematica. Non li abbiamo ancora finiti, comunque. Mi ha prestato due libri. Domani parto per il mare (sì, sto sempre in giro) e torno domenica prossima. Settembre si sta avvicinando troppo velocemente per i miei gusti. Sono stata a dormire a casa di M., ieri, con L. Il suo appuntamento è andato in fumi (il tizio con cui doveva uscire aveva un virus che lo faceva vomitare ogni dieci minuti, quindi hanno rimandato). Mia madre m'ha fatto una sfuriata perché non ho telefonato per avvisarla di una roba. Manco mi fossi drogata.
Comunque, appena tornata dall'Inghilterra, ho trovato mio fratello con: i piedi più grandi, le mani più grandi, l'apparecchio fisso (prima aveva quello mobile), dieci centimetri in più (ora non gli manca molto per arrivare ad essere alto come mio padre, che è 1.85), la voce più profonda, e un sacco di peli sulle gambe (okay, questo potevo anche risparmiarvelomelo, ma... è vero!, lo giuro).
E in Marocco sono diventata più alta di alcune mie cugine. E una mia cugina, che è più piccola di un anno di me, è più alta. E' bello perché stiamo tutti crescendo. E forse è anche un po' triste, perchè gli anni passati non ritorneranno mai.
E Bob Marley e la sua voce e le sue canzoni mi rilassano un sacco. Mi piace.
E io mi ascolto somewheeeere oveeeer the raaaainboooow e me ne frego del mondo, che certe volte mi sa che gira un po' storto.




Cherry

lunedì 25 aprile 2011

#o2 - Una volta avevo un diario

Oggi è domenica 27 aprile 2003 oggi torniamo a casa.
Ieri sera abbiamo visto un topolino *disegno del topolino* sulla strada del mare

-

Oggi è sabato 7 giugno 2003 e siamo appena arrivati al marre di *nome della città in cui ho la casa* e abbiamo fatto il bagno.

-

Oggi è domenica 8 giugno 2003 e siamo andati in spiaggia abbiamo fatto il baigno in piscina e nin mare poi al pomeriggoio abbiamo accompagniato il papi alla stazione poi siamo andati in spiaggia.

-

Oggi è lunedì 9 giugno 2003 abbianmo conosciuto... (e la cosa finisce lì. Mah)


Continua...
*Ogni errore grammaticale è voluto (a quei tempi avevo da poco imparato a scrivere).

R. Cherry

domenica 24 aprile 2011

#o1 - Una volta avevo un diario

Sono stata via per quattro giorni, per questo non ho postato nada.
Ero al mare, in Liguria, dove abbiamo un minuscolo appartamento da tipo secoli. Diciamo che quel monolocale (dove ogni anno ci dormiamo in cinque - a volte anche più), è il custode dei ricordi della mia infanzia. Così anche il paese in cui si trova, il suo mare, la sua spaggia... insomma, un po' tutto.
E niente, ho trovato in un cassetto un mio vecchio, piccolo diarietto delle vacanze. Ed è stato quasi commovente, leggere una piccola S. scrivere in quel modo, tutto maiuscolo, senza virgole o punti, con un sacco di errori e di "poi". Quindi, ecco, me lo sono portata qui e ora ecco un estratto (ricopiato pari pari).

Titolo molto originale, devo dire del diario:
LE VACANZE

Oggi è mercoledì 23 aprile 2003 siamo in francia e oggi un cane ci seguiva quasi da pertt(qua c'è tipo una "t" cancellata, non so se si capisce)utto e poi siamo andati a comprare il gelato. Poi siamo andati a vedere la Città dei profumi poi siamo andati sul trenino (ci ho incollato anche il mio biglietto azzurro, sul diarietto) e poi siamo ritornati in albergo.

-

Oggi è giovedì 24 aprile 2003 oggi stiamo facendo colazione fuori dopo colazione andiamo in un paesino e poi al pomeriggio siamo in spiaggia al mare di *nome della città in cui ho la casa*.

-

Oggi è venerdì 25 aprile 2003 oggi (e poi tutta la pagina bianca. Mi sa che c'avevo il cervello quadrato anche a 7 anni).

-

Oggi è sabato 26 aprile 2003 oggi è venuto l'idraulico (emozionante, proprio) e poi siamo andati in spiaggia e abbiamo conosciuto due bambine una si chiamava Sofia laltra si chiamamva Ludovica poi bsiamo tornati a casa a mangiare (non ero tenerissima?).

Continua...
*Ogni errore grammaticale è voluto (tanto per precisare, che poi passo per l'ignorantona).

Cherry

domenica 17 aprile 2011

Da piccola volevo fare la parrucchiera.

Poi la veterinaria, poi volevo avere una fattoria, un canile tutto mio, volevo una casa grande e tanti bambini.  E lavorare al circo, sì - come ho fatto a dimenticarmene? E ammaestrare tigri e gatti e fare l'acrobata e la trapezista e la contorsionista e la ginnasta e la babysitter e la dogsitter (era il periodoanimali, che ci volete fare, oh).
Più tardi mi sarebbe piaciuto fare la giornalista, la scrittrice, volevo girare l'Italia e poi il mondo.
Ora, giuro, non ne ho idea. Voglio solo farmi una doccia, ecco cosa voglio, dato che non ho una cazzo di idea o ambizione e 'sta cosa mi fa sentire vuota, un verme, un essere inutile e senza futuro.
Quindi vado a farmi la doccia e a rinfrescarmi il cervello sotto l'acqua.

R. Cherry

lunedì 4 aprile 2011

E' bello perchè certe volte mi sembra di dormire all'aperto.

Sotto il cielo vero, intendo. Sotto le stelle belle, quelle vere.
Invece quando sono a letto e guardo verso l'alto, con la pancia in su e le mani intrecciate, come faccio qualche volta se non riesco a prendere sonno, vedo le microscopiche stelline sul soffitto che brillano al buio. E mi ricordo di quando le abbiamo appese, io, mamma e mio fratello che a quell'epoca era ancora abbastanza piccino. Pure io lo ero, se per questo.
Ma comunque mi ricordo che mamma è salita su una scala e noi abbiamo staccato tutti quei cosini gialli dalla loro carta e mamma ci diceva vedrete che bello, diventeranno tutti luminosi!, e poi glieli passavamo e lei li appiccicava sul soffitto.
La prima notte che li abbiamo visti ci brillavano gli occhi dalla felicità.

Un giorno vorrei trovare una persona che le stelle ce le abbia negli occhi, ecco come stanno le cose.
Cherry

domenica 3 aprile 2011

Blu e oro

Blu come l'oceano, che mi manca così tanto. Che non vedo l'ora di buttarmici dentro, e attraversare le onde enormi e sentirmi una sirena. Stare coi miei cugini belli come il sole, buoni come il pane, che mi insegnano sempre tanto, ogni volta che sto da loro.
E andremo alla spiaggia tutti i giorni, sempre di mattina tardi, perchè non riusciamo mai ad alzarci presto e buttarci giù dal letto e prepararci in un tempo accettabile. La sera saremo in giro, come al solito, a ridere e sgranocchiare patatine sul lungo mare, dove c'è la gente che vende il pesce e i ragazzi ti guardano negli occhi sorridendo. Oppure ci faremo la solita passeggiata, che è solo nostra, e ci inventeremo ogni volta un nuovo modo per camminare. Arriveremo sulla spiaggia, non la nostra ma un'altra, e stenderemo il telo viola sulla sabbia e noi ci sdraieremo sopra, incastrati insieme - gambe e braccia e capelli - come pezzetti di un puzzle. E forse una sera saremo solo in cinque, solo noi "ragazze grandi", che tra l'altro io sarei una delle più piccole, ma ormai la differenza d'età non si sente più tanto come una volta. E allora se saremo solo tra ragazze voi mi racconterete delle belle cose che fate, sì, ogni giorno me lo racconterete col buonumore e mi farete pisciare dalle risate, ragazze, come ogni anno.
O se invece saremo di più, tipo una decina, che non siamo nemmeno tutti, noi cugini, ci prenderemo a braccetto, incastrando ancora i gomiti gli uni tra gli altri, come una specie di collana.
Butteremo la testa all'indietro e guarderemo le stelle e faremo facce strane.
Non cambierà niente, d'accordo? Che voi siete più fratelli che cugini, e vi adoro sul serio, ragazzi. E anche se siamo in tanti, e proprio tanti, sarà tutto come sempre, anche se non ci sarà più il nonno, okay? Che noi abbiamo sempre avuto un rapporto speciale, vero? E anche se adesso siamo cresciuti e continueremo a crescere, lo faremo insieme, intesi? Insieme, punto e basta.
Verrò ancora giù in Marocco, nel caldo Marocco, quest'estate. Promesso, ragazzi. E mi insegnerete ancora una volta un po' di parole in più in arabo, e continueremo a parlare sempre un po' in francese, un po' in inglese, con un linguaggio tutto nostro. Vi insegnerò un po' d'italiano e staremo bene, insieme, a viverci questa estate che non arrivava più.
Perchè questa fottutissima distanza non mi impedisce di pensarvi, ragazzi. E non vedo l'ora di rivedervi. Andremo ancora al mare, come ogni anno, e giocheremo a calcio sulla spiaggia d'oro e tanto calda da bruciare, col sole giallo sulla pelle. Raccoglieremo conchiglie e cammineremo scalzi sugli scogli appuntiti, anche se tutti ci dicono sempre di mettere le ciabatte - ma a noi che ce ne frega?
E torneremo a casa al pomeriggio tardi, dopo aver visto il sole tramontare e immergersi nell'acqua, come un biscotto. Allora verrano le nuvole e farà un freddo tremendo, col vento tra i capelli, che ci butta la sabbia negli occhi.
Perchè siamo giovani e belli.
E quando tornerò, quando tornerò sarò un po' un carboncino, più scura del mio solito caffèlatte che mi piace proprio, perchè sono un po' come una tazza, sì. E nella mia tazza papà ci ha versato del caffè, e mamma un buon latte dolce. Ma vabbè, sarò scura scura e tutti mi diranno oh, come ti sei abbronzata! e io penserò a voi e al pezzo di sole che mi si addormenta sulla pelle ogni volta che vengo da voi.
Mi mancate, cazzo. Voglio il mio Marocco bello e blu e oro, che è la mia seconda casa e così sarà sempre. E noi saremo sempre noi.

RedCherry

venerdì 18 marzo 2011

C'è che se penso alla mia infanzia,

mi vengono in mente le figurine dei Pokémon (lo dico sempre, io, che ero un maschiaccio) e il sapore delle gomme rosa che mangiavo con la mia vicina di casa nella sua veranda, nei pomeriggi soleggiati pieni d'estate.
E io e lei giocavamo a non farci vedere dai grandi, così proprio si chiamava il gioco. E ci muovevamo piano piano, strisciando lungo le pareti.
Ah, e poi mi viene in mente il criceto che avevo, il buon vecchio Gimmy.

RedCherry

sabato 5 marzo 2011

E' che sono sempre stata un po' tanto maschiaccio.

Cioè, non lo so. Quando tutte amavano alla follia Cenerentola, Biancaneve, la Sirenetta... beh, io preferivo Mowgli, del Libro della Giungla. O Tarzan. Oh, adoro Tarzan!
Che poi quando lo dico tutti mi guardano storto.
Vabbè, e mi facevo un sacco di film, da piccola. Immaginavo Jane e Tarzan che si sposavano e vivevano su una casetta di legno in cima ad un albero, con un piccolo Tarzan come figlio, con Mowgli che si innamorava di Ariel e Mulan che spaccava il culo a tutti.
Perchè Mulan, è una donna con le palle quadrate (cit.).
Ah, e poi c'erano Aladdin e Jasmine che giravano sul loro tappeto magico con la tigre (oddio, non mi ricordo il nome!) di Jasmine che giocava con Shere Khan (la tigre cattiva del Libro della Giungla. Solo che nei miei film mentali era buona).
Sì, beh, ero tipo drogata di cartoni animati Disney, che secondo me sono i migliori.
Tutto questo per dirvi che...? Niente. Ho il cervello quadrato.

Cherry

mercoledì 2 marzo 2011

Ohibò, marzo è cominciato

Un paio di giorni fa ho finito di leggere Segreti e Sorelle.
Devo dire che mi è piaciuto, sì, anche se la tipa è depressa eccetera. Mi ha fatta commuovere per la povera Zoe, che era così piena di vita e colorata... certa gente non si merita di morire, proprio no (non mi interessa se è il personaggio di un libro, è così e basta).

Oggi ho perso l'autobus. Sono rimasta ad aspettare seduta su una panchina freddissima, con le chiappe che mi si congelavano e le nuvolette di vapore condensato che mi uscivano dalla bocca (trovo fantastico, guardarle, le nuvolette. Non sono molto a posto, lo so, però okay. Okay cosa? Okay e basta).
E' passato il secondo autobus, e chi ci trovo dentro? Fede T. Cara, cara Fede T.
Quando l'ho riconosciuta ho fatto finta di guardare fuori dal finestrino - so che si sente a disagio, con me. O almeno sono arrivata a questa conclusione - e non l'ho salutata. La cosa che mi ha fatto star male, è che lei manco mi ha detto ciao. Cioè, sono quasi sicura che mi abbia vista... c'è da dire però che era con un paio dei suoi nuovi amichetti.
E a me, Fede? A me non ci pensi più?
Cazzo, siamo sempre state legatissime, noi due, e ora manco mi saluta. Okay, nemmeno io l'ho fatto, però... l'ho fatto per lei. Credo. Perchè volevo vedere che cosa avrebbe fatto. Che ne so, magari pure lei c'è rimasta male. Anche se IO, l'ho sempre salutata.
Vabbè; lei è salita è si è messa tipo un paio di file dietro di me. La sentivo parlare, e accidenti, era proprio serena. E' tornata la bella Fede T. che conoscevo io una volta, quella solare ed allegra che rideva e mi faceva star bene. Comunque mi ha fatto piacere sentirla ridere così, e parlare del più e del meno. Sono contenta che stia bene, finalmente... anche se ammetto di essere abbastanza gelosa dei suoi amichetti del classico. E vorrei averla anche un po' per me, capite?
Cioè, da quando ha cominciato a comportarsi in modo strano, ad essere perennemente nervosa ed incazzata col mondo, ho cercato di farmi piccola piccola per non darle fastidio. Perchè ogni cosa che facevamo io ed L. non andava bene, e la vedevo sbuffare e la vedevo soffrire per tutta la situazione che si era creata intorno a lei. Perchè... perchè era cambiata, Fede T., era tutta un'altra persona. Era più arrabbiata, più fragile, più debole e consumata.
Però mi manca, proprio tanto.
Mi ricordo di quando alle elementari progettavamo di tenere la nostra fattoria, piena di animali - era il nostro periodo animali, quello, e l'abbiamo passato insieme - e quando poi volevamo fare tutto il giro dell'Italia e ce ne stavamo lì, davanti alla cartina di geografia della classe a decidere ogni meta. E ci immaginavamo insieme, insieme per sempre. Pensavamo che niente ci avrebbe divise, perchè noi eravamo migliori amiche!
E' passato del tempo, diverso tempo (ma non poi così tanto), da quando ci siamo... separate. Sì, devo imparare a dirlo. Tu l'hai imparata, questa parola, Fede T.? Sei proprio sicura che sia così? Perchè se vuoi, se vuoi, io questa parola la cancello dalla testa e dal cuore e ci metto un "vicine". Se vuoi, però. Non voglio più vederti triste, Fede T., quindi fa un po' come ti pare. Come hai sempre fatto, insomma.
Mi viene da piangere a pensare che non torneremo più a ridere insieme e ad essere amiche. Chi è che ti è stata vicina quando stavi male, eh? Chi è che ti consolava quando tutti ti avevano mollato, eh? Chi ti stringeva e ti diceva che andava tutto bene, quando non sei diventata altro che un mucchietto di ossa, quando il tuo cuore non riusciva a contenere le tue lacrime? Io c'ero, cazzo, Fede. Ero lì, per te, e tu... tu che hai fatto? Sempre di testa tua.
Come se non fosse mai successo niente, eh? Okay. Cancelliamo questi anni belli e sereni, dove eravamo noi due e basta.
Lo so che non c'è più spazio, per me. Non c'è nemmeno tempo, per me, lo so bene. Fai come diavolo vuoi, Fede.
E quindi... quindi ciao.

Devo ricordarmi di rinnovare la tessera dell'autobus.
Buonanotte.